La vigilia della partenza

La sera prima che Klara Gulla di Strolycka partisse per Stoccolma, Jan, suo padre, non la finiva più di trafficare con tutto quello di cui doveva occuparsi. Appena rientrato dal lavoro, dovette andare nel bosco a cercar legna. Poi si mise a riparare un’asse dal cancello, che pendeva spezzata già da un anno; fatto questo, cominciò a raccogliere e a mettere in ordine i suoi arnesi da pesca. E per tutto il tempo si stupiva di non provare un vero e proprio dolore. Era ridiventato come diciott’anni prima. Non gli riusciva più di sentirsi né felice né triste. Il cuore gli si era fermato, come un meccanismo dopo una scossa violenta, quando aveva veduto Klara Gulla sulla cima dello Snipa, spalancare le braccia per abbracciare il mondo intero. Era come diciott’anni prima. Allora la gente si aspettava che si rallegrasse che gli arrivava la bimbetta. Ma a lui proprio non interessava neanche un filo. Ora tutti quanti si aspettavano che fosse disperato e abbattuto. Ma non era né l’uno né l’altro. La casetta era piena di gente venuta a salutare Klara Gulla. Jan si vergognava proprio di entrare lasciando vedere che non piangeva né si lamentava. Meglio restar fuori. A ogni modo era un bene per lui che fosse così. Se fosse stato come prima, non sapeva come avrebbe resistito alla nostalgia e al dolore. Passando poco prima davanti alla finestra, aveva visto che la stanza era adorna di rami. E sulla tavola c’erano tazze da caffè, esattamente come nel giorno a cui stava pensando. Kattrinna aveva voluto fare un pò di festa per la figlia che doveva partire per il vasto mondo per salvare la casetta. Piangevano davvero, là dentro, sia quelli venuti a salutare, che le due donne di casa. Udiva il pianto di Klara Gulla fin dal cortile, ma non gli faceva nessun effetto. “Signori cari”, mormorò fra sè mentre stava lì fuori, “è proprio come deve essere. Guardate gli uccellini! Sono gettati fuori dal nido, se non se ne vanno spontaneamente. E avete osservato il piccolo cuculo? Non c’è niente di peggio che vederlo starsene lì grande e grosso nel nido non facendo che gridare reclamando cibo, mentre i suoi genitori adottivi si sfiniscono per lui.” “No, va bene così. I giovani non possono rimanersene seduti in casa, a carico di noi vecchi. Devono andarsene per il mondo, loro, miei cari signori.” Alla fine tornò la quiete nella casetta. I vicini se n’erano ormai di sicuro andati, e Jan poteva azzardarsi a entrare. Tuttavia andò a trafficare con gli arnesi da pesca ancora per un pò. Preferiva che Klara Gulla e Kattrinna fossero coricate e addormentate prima di varcare la soglia. Quando non udì più nulla per parecchio tempo, scivolò piano piano verso la casa, come un ladro. Ma le donne non erano andate a letto. Passando davanti alla finestra aperta, vide Klara Gulla. Sedeva con la testa reclinata fra le braccia stese sul tavolo. Sembrava che piangesse. Kattrinna, in fondo alla stanza, stava avvolgendo il suo scialle attorno al fagotto dei vestiti di Klara Gulla. “Potete pure lasciar stare, mamma”, disse la giovinetta senza sollevare il capo. “Vedete bene che papà è arrabbiato con me perchè parto.” “Gli passerà”, disse Kattrinna tranquillamente. “Sì, lo dite perchè non vi importa di lui”, proseguì Klara Gulla tra i singhiozzi. “Voi pensate soltanto alla casa. Ma vedete, papà e io siamo un persona sola. Io non ci vado, lontano da lui!” “E la casa, allora?” chiese Kattrinna. “Per la casa vada come vuole, purché papà mi voglia bene di nuovo.” Jan si allontanò piano dalla porta e si sedette sulla soglia. Non credeva che Klara Gulla sarebbe rimasta a casa. No, sapeva meglio di chiunque che doveva partire. Ma fu come se il piccolo tenero involto gli fosse stato di nuovo posto fra le braccia. E il cuore riprese a battere, E batteva a una tale rapidità, come se fosse stato fermo per anni e avesse bisogno di recuperare il tempo perduto. E nello stesso istante Jan sentì che adesso era rimasto senza difese e senza riparo. Adesso arrivavano il dolore e lo struggimento. Li vide come ombre nere laggiù sotto gli alberi. Aprì le braccia e le protese, e un sorriso felice gli illuminò il volto:” Benvenuti, benvenuti!” disse a quegli ospiti.

Tratto da “L’imperatore di Portugallia” di Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1909.

Il pensiero occidentale

«…A questo proposito, penso che i giapponesi di un tempo fossero molto più saggi degli occidentali. Di recente il pensiero occidentale – bisogna affrontare le cose con spirito positivista- va di gran moda, ma ha un grosso svantaggio. Non conosce limiti. Per quanto si insista ad andare avanti, non si è mai soddisfatti e non si raggiunge mai la perfezione. Lo vedi quel cipresso laggiù? Toglie la visuale, meglio farlo abbattere. Ma dietro c’è una pensione che dà ugualmente fastidio. E se si fa radere al suolo la pensione, questa volta è una casa a darci sui nervi. Non c’è limite, per quanto si avanzi. Questo è il metodo degli occidentali. Neppure Napoleone o Alessandro, dopo le loro conquiste, si sono sentiti del tutto soddisfatti. Metti che un tale ti stia antipatico, lo insulti, l’altro risponde per le rime, allora lo trascini in tribunale e vinci il processo. Se pensi che a quel punto ti sentirai soddisfatto, ti sbagli. In fondo al cuore non sarai tranquillo, quel pensiero ti tormenterà finché campi. Il sistema politico oligarchico non ti piace, vuoi passare alla democrazia; ma una volta passato alla democrazia sei deluso, e vuoi passare a un’altra forma di governo. Il fiume ti dà fastidio e ci metti un ponte. Non sopporti la montagna e scavi un tunnel. Il traffico ti annoia, costruisci una ferrovia. Ma non è in questo modo che potrai essere definitivamente soddisfatto. E anche se lo fossi, fin dove l’essere umano può appagare la propria volontà in maniera positiva? La civiltà occidentale è forse positivista e progressista, ma tutto sommato è stata creata da uomini che hanno vissuto tutta la vita scontenti. La civiltà orientale non cerca la propria soddisfazione attraverso il cambiamento di fattori esterni a sé. Si è sviluppata secondo il principio fondamentale che non bisogna spostare i confini del proprio territorio, in questo è agli antipodi di quella occidentale. Se la relazione tra genitori e figli non è buona, non cerchiamo di migliorarla per sentirci tranquilli, come farebbero gli occidentali. L’accettiamo com’è e proviamo a trovare un modo per convivere ugualmente in pace. La stessa cosa vale per la relazione tra marito e moglie, tra persone di classi sociali diverse, e per il nostro modo di considerare la natura stessa. Se una montagna ci impedisce di andare nella regione vicina, non ci viene l’idea di spianarla, ma ci inventiamo una scusa che non renda più necessario recarci in quella regione. Ci alleniamo a essere soddisfatti anche senza spianare la montagna. Guarda i seguaci dello zen e i confuciani, loro sì che hanno una comprensione profonda di questo problema. Nessuno a questo mondo, per quanto in alto salga, può fare tutto quello che vuole. Nessuno potrà impedire che il sole tramonti a ovest, o invertire il corso del fiume Kamo. L’unica cosa su cui possiamo agire è il nostro spirito. Se tu cercassi di liberare il tuo spirito, i ragazzi della scuola qui accanto potrebbero fare tutto il baccano che vogliono, non li sentiresti nemmeno. Te ne infischieresti di venire chiamato “faccia di tasso”, quanto agli insulti di Pinsuke o chi altri, li giudicheresti per quello che sono, delle idiozie, e lasceresti perdere. Si racconta che un monaco buddhista , tanto tempo fa, nel momento in cui stavano per tagliargli la testa, abbia detto questa frase bellissima: “Il guizzo della folgore, e la tua spada taglierà solo la brezza di primavera”. »

Tratto da “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki

I misteri della psiche

“Il segreto del bosco vecchio” di Dino Buzzati è un libro che si può leggere (o rileggere con occhi nuovi, per chi lo avesse letto ai tempi della scuola) con l’idea di ritagliarsi un piccolo spazio per rivolgersi alla propria interiorità. 

E per esercitarsi a non correre subito a giudicare ogni gesto.

Il mio vuole essere un invito, una condivisione di ciò che io, indossando le lenti da psicologa, ho visto e sentito leggendo questo libro. Mi piacerebbe che da queste riflessioni nascesse un confronto, un dibattito con altri curiosi lettori…

Per leggere l’articolo completo: https://www.psicologo4u.com/il-segreto-del-bosco-vecchio-i-misteriosi-segreti-della-psiche/

La paloma volarà

“Flight” di Yuko Hosaka

Quando a Febbraio 2022 è iniziato il conflitto tra Ucraina e Russia, ho sentito questo conflitto vicino; allora ho iniziato a cercare nel lavoro di altri qualcosa (non saprei dire esattamente che cosa) che riguardasse la guerra, per trovare conforto e fare chiarezza dentro di me. Da quando ho iniziato, ho scoperto che in moltissimi si sono interrogati su questo tema fino a quel momento per me così distante. Di seguito, riporto alcuni degli spunti che più mi hanno colpita.

“La morte che guida” di Candido Portinari

Questa immagine della morte a cavallo è tratta dall’affresco monumentale “Guerra e Pace” che il pittore brasiliano Candido Portinari ha donato alle Nazioni Unite. A questo link è possibile approfondire l’opera del pittore “dalla mano dura, fatta di sangue e pittura” (un verso della canzone a lui dedicata “Un son para Portinari“). In questo affresco il pittore si è concentrato su una rappresentazione della guerra dal punto di vista della sofferenza delle persone, più che dal punto di vista del combattimento tra i soldati. Forse è questo l’aspetto che personalmente mi interessa di più, in quanto è proprio la sofferenza l’aspetto del quale si prende cura lo psicologo nel suo lavoro, o quantomeno quello che non si vorrebbe ignorare. Ed è anche l’aspetto di cui ho meno ricordo di aver sentito parlare a scuola durante le lezioni di storia.

Bestia selvaggia di Candido Portinari

Lo stesso sguardo è quello di Bertold Brecht quando scrive:

“La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.”

“La guerra che verrà” – Bertold Brecht

Isaac Bashevis Singer, che come molti formidabili scrittori ha saputo raccontare storie rivolgendosi sia ai grandi che ai piccoli, si è interrogato sul significato simbolico della colomba come portatrice di pace: in questo libro illustrato si chiede perché sia stata scelta proprio la colomba. Questa domanda risulta essere un pretesto per riflettere sulle dinamiche sottese alla guerra, e suggerisce quale sia un’altra strada possibile.

Uno spunto interessante per iniziare a pensare: qual é il mio atteggiamento nei confronti dei conflitti che vivo quotidianamente? Questo perché per fare un conflitto ci vogliono due attori che partecipino.

Se si vuole fare qualcosa di diverso quindi, la cosa migliore da fare è partire da se stessi.

Afirmo bien la esperanza
cuando pienso en la otra estrella;
“Nunca es tarde”, me dice ella
“La paloma volará”.

Rafforzo la speranza
quando penso all’altra stella;
“Non è mai tardi”, mi dice quella,
“La colomba volerà”.

Queste sono parole tratte dal testo “El arado” (l’aratro), canzone composta e interpretata da Victor Jara, musicista cileno che ha cantato i diritti del popolo cileno ed è stato brutalmente torturato ed assassinato pochi giorni dopo il golpe di Pinochet del 1973.

La sua musica non è morta con lui, il messaggio di speranza per un domani migliore per coloro che soffrono ha trovato voce in altri gruppi musicali, come quello degli Inti Illimani, che durante il loro esilio hanno vissuto per anni in Italia, amando il nostro paese.

La colomba volerà, perché come disse Giovanni Falcone “gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.”

In tutti questi lavori e pensieri che ho raccolto ho riconosciuto il seme della speranza. Speranza possibile soltanto quando si è disposti a lasciarsi toccare da eventi brutali come questa guerra in corso e non si rimane indifferenti dentro di sé.

Donna che piange e mano, Candido Portinari

Altri psicoterapeuti che hanno detto la loro sulla guerra:

La guerra e i suoi fantasmi – Clinica della crisi

Guerra: il trionfo del capitalismo – Luigi Cancrini

Molotov – Etnomitologia – Tobie Nathan

Non schiacciare chi fugge dalla guerra al ruolo di vittima – Natale Losi

Lasciar andare.. che cosa?

Lo scrittore e giornalista Eduardo Galeano, con questo brano, apre la porta al diritto di sognare. Sognare ad occhi aperti, sognare con la consapevolezza che il sogno è una meta da raggiungere e che ogni passo che si compie in quella direzione, sposta la meta un passo più in là. Secondo l’autore è questa la funzione del sogno, che può essere “delirante”.

Una riflessione che parte dal sentirsi parte di una realtà, di un mondo che non ha più lo spazio per uno sguardo leggero. Di quella leggerezza che Calvino distingue dalla superficialità e definisce come un “planare sulle cose dall’alto”. Un brano che aiuta a pensare in maniera più complessa il proprio benessere o malessere psicologico e scegliere che cosa lasciar andare per alleggerire lo sguardo sulle cose del mondo e su se stessi.

Il mio consiglio è quello di ascoltarlo, recitato dall’autore in lingua originale (spagnolo) a questo link, in cui è anche sottotitolato in spagnolo, inglese e portoghese. Mentre lo si ascolta, si può leggere la traduzione in italiano:

 

Che ne dite di delirare per un attimo?
Che ne dite di fissare gli occhi al di là dell’infamia per indovinare un altro mondo possibile?
L’aria sarà ripulita da ogni veleno che non venga dalle paure umane e dalle umane passioni.
Per strada, le auto saranno schiacciate dai cani.
La gente non sarà guidata dall’automobile,
non sarà programmata dal computer,
non sarà comprata dal supermercato,
né sarà guardata dalla televisione.
Il televisore non sarà più il membro più importante della famiglia e sarà trattato come l’asse da stiro o la lavatrice.
Si incorporarà al codice penale il reato di stupidità,
che commette chi vive per avere o per guadagnare invece che vivere per vivere e niente più.
Come canta il passero senza sapere che sta cantando,
e come gioca il bambino senza sapere che gioca.
In nessun paese saranno arrestati i ragazzi che rifiutano di fare il servizio militare, ma quelli che vorranno farlo.
Nessuno vivrà per lavorare, però tutti lavoreremo per vivere.
Gli economisti non chiameranno livello di vita il livello di consumo;
nè chiameranno qualità della vita la quantità delle cose.
I cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere bollite vive.
Gli storici non crederanno che ai paesi piace essere invasi.
I politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse.
La solennità smetterà di essere una virtù e nessuno, nessuno prenderà sul serio qualcuno che non sappia ridere di se stesso.
La morte e il denaro perderanno i loro poteri magici, e nè per morte nè per fortuna si convertirà una canaglia in un uomo virtuoso.
Il cibo non sarà una merce nè la comunicazione un’attività commerciale, perchè il cibo e la comunicazione sono diritti umani.
Nessuno morirà di fame perchè nessuno morirà di indigestione.
I bambini di strada non saranno trattati come se fossero pattumiera, perchè non ci saranno bambini di strada.
I bambini ricchi non saranno trattati come se fossero soldi, perché non ci saranno bambini ricchi.
L’educazione non sarà un privilegio di chi può pagarla,
e la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla.
La giustizia e la libertà, gemelle siamesi, condannate a vivere separate,
torneranno ad unirsi, così vicine, schiena contro schiena.
In Argentina, le matte di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, perché si sono rifiutate di dimenticare in tempi di amnesia forzata.
La Santa Madre Chiesa correggerà alcune tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinarà: festeggiare il corpo.
La chiesa ordinarà anche un altro comandamento di cui Dio si era dimenticato: amerai la natura, di cui fai parte.
Saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima.
I disperati saranno sperati e i persi saranno incontrati, perché, con quelli che si disperarono per tanto sperare e quelli che si persero per tanto cercare, saremo compatrioti e contemporanei di tutto ciò che hanno: volontà di bellezza, volontà di giustizia, che siano nati quando sono nati, che abbiano vissuto dove hanno vissuto, senza che importino neanche un poco le frontiere delle mappe e del tempo.
Saremo imperfetti, perchè la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei.
Ma in questo mondo, in questo mondo inetto e deteriorato, saremo capaci di vivere ogni giorno come se fosse il primo e ogni notte come se fosse l’ultima.

Le cinque libertà

La psicoterapeuta statunitense Virginia Satir ha descritto in cinque frasi potenti la libertà che si può raggiungere nel percorso terapeutico.

Sono parole di ispirazione anche al di fuori del contesto clinico, da ricordare giorno per giorno, per riflettere sulla propria esperienza di libertà.

Lingua che parli, emozione che provi

Come affermò il filosofo L. Wittgenstein “i limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”. Ma cosa significa davvero? E perché questo è interessante in psicologia?

Ci sono concetti ed emozioni che sono esprimibili solo in alcune lingue (accade infatti che prendiamo in prestito parole che diventano una vera e propria moda, come la parola hygge in danese).

Questo non significa che se non si conosce una parola non si prova una determinata emozione, anzi, se capita che una parola straniera sia sulla bocca di tutti è anche perché in molti ci si rispecchiano, ossia trovano un riflesso di sé in quella parola.

è altrettanto vero che i contesti in cui si è immersi influenzano significativamente l’esperienza del singolo. Per fare un esempio, in arabo esistono dieci parole per indicare il sentimento di umiliazione (questa informazione mi è stata riportata a voce, non conoscendo l’arabo mi è stato difficile verificarla), mentre nella popolazione dei Pintupi dell’Australia occidentale esistono almeno dieci parole per indicare le diverse sfumature della paura (questa informazione invece viene dal curioso libro Atlante delle emozioni umane). è evidente che in base al contesto si è più o meno portati a focalizzarsi su una determinata emozione o meno. Tuttavia, a volte, pare che ci siano lingue di serie a e lingue di serie b e questo accade, ad esempio, in alcune scuole italiane.

A questo proposito cito la Dott.ssa Marie Rose Moro, neuropsichiatra transculturale che lavora a Parigi, che nell’articolo “Da una lingua all’altra: elogio ai passaggi” descrive in modo evidente questa contraddizione della società occidentale in cui non sempre il bilinguismo (o plurilinguismo), di per sé, è considerato una risorsa e afferma:

L’importanza di assumere una posizione di negoziazione e di métissage. Ad esempio, favorire il bilinguismo dei figli di migranti a scuola e nella società sarebbe un’occasione sia per i bambini sia per la società. Questo bilinguismo permetterebbe dei legami, dei ponti, degli incontri su un piano di uguaglianza linguistica e sociale (Lenclos,
2002). Al momento, essere bilingui quando si è figli di migranti detti economici rappresenta persino una tara in Francia, nonostante che l’apprendimento precoce delle lingue sia incoraggiato a scuola…. Ci troviamo quindi di fronte ad una gerarchia implicita tra lingue?
L’inglese avrebbe più valore dell’arabo? Conosciamo l’importanza del bilinguismo precoce nei bambini per quanto riguarda le lingue più apprezzate, lo consideriamo come un’ottima opportunità per loro e agevoliamo gli apprendimenti precoci. Al contrario, quando si tratta di
bilinguismo con la lingua dei genitori, parliamo di ostacoli e sviluppiamo delle teorie sull’effetto nefasto di questo bilinguismo. L’inglese è importante per i bambini poiché conviene essere bilingui in un mondo dove gli scambi sono importanti; ma l’arabo lo è altrettanto, se è la lingua
dei genitori, quella che trasmette la storia e l’intimità familiare, quella che permetterà ai figli di valorizzare la propria differenza e di riconoscersi come sono, portatori di una storia coloniale, ad esempio, di cui avevano voglia di superare e non solamente di tacere con vergogna o di gridare con violenza. Parlare arabo permetterà a questi bambini di parlare altrettanto
bene il francese e l’inglese, a condizione che l’apprendimento della prima e seconda lingua siano sufficientemente valorizzati (Bialystok, 1991; Bialystok et al., 2004).

Un bellissimo esempio di un’iniziativa scolastica che mette insieme plurilinguismo e poesia, superando l’idea che ci siano lingue più o meno importanti è quello raccontato nel libro della poetessa Chandra Livia Candiani “Ma dove sono le parole?“, che ha condotto per anni seminari di poesia nelle scuole primarie delle periferie multietniche di Milano.

Chandra Livia Candiani, tra le migliori poetesse italiane contemporanee, in una intervista sul blog Il primo amore afferma: “Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: «Un poeta siente»: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. E così giochiamo con il sentire e scriviamo le tracce che i sensi lasciano in noi.” – E ancora:

chiedo spesso ai bambini, oltre al nome e all’età, di dire il loro “paese-radice”. Ho pensato di chiamare così il paese da cui vengono o da cui vengono i loro genitori. E la ragione è che nel tempo ho scoperto che, quando scrivono, la poesia li fa tornare alle loro radici, come dire, per esempio i bambini cinesi scrivono poesie sul fluire, sull’andare insieme alla corrente, sulle stagioni e sull’impermanenza. Come se tornassero a una fonte culturale che viene trasmessa alle cellule, dall’aria, dal cibo, dalla lingua, dalle abitudini, dai sogni. Come una bambina del Marocco che una volta ha scritto: «A me qui mancano tantissimo i mercati», una scheggia che mi ha dato il senso di un intero mondo di colori, di odori, di voci, di scambi andato in frantumi. E poi è un modo per fargli sentire che le differenze sono ricchezze.”

Toccare il buio oltre la siepe

Nel fare le ricerche per ispirarmi al nome del blog, ho scoperto che il titolo originale del famoso libro “To kill a mockingbird” (in italiano “Il buio oltre la siepe“) di Harper Lee, tradotto letteralmente sarebbe “Uccidere un mimo poliglotta”.

Un romanzo che mi ha accompagnata in passato, la cui lettura è ancora attuale. La vicenda scorre in maniera limpida, ma il significante sottostante gli eventi tocca il lettore e stimola la riflessione interiore. é scorrevole, immediato, semplice, narrato in prima persona da una bambina.

Pico de loro (ephedra triandra)

Eppure è evocativo e potente: quanto fa paura ciò che non si conosce?

Quando non si è consapevoli di questa paura e tantomeno allenati a toccarla, guardarla, affrontarla…fin dove porta?

Quanto il pregiudizio è legato alla paura per lo sconosciuto?

Mi chiedo anche: cosa impedisce di toccare la paura e lo sconosciuto?

Come scrive Harper Lee “quasi tutte le persone sono simpatiche quando si riescono a capire.”

La rinascita silenziosa degli Hibakujumoku

Il racconto di oggi parla di resilienza: in psicologia è definita come la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Questa “competenza” non è innata e nemmeno immutabile: si può allenare! Non esiste un unico modo di farlo uguale per tutti, proprio per questo invece di dirti cosa devi fare condivido una storia di resilienza, per trovare l’ispirazione…

Siamo in Giappone, a Hiroshima e Nagasaki, città ben note per essere state scelte come obiettivo nel lancio della bomba atomica. L’evento traumatico del racconto l’abbiamo individuato; i protagonisti, invece, non sono uomini ma piante.

Dal libro “L’incredibile viaggio delle piante” di Stefano Mancuso:

Ogni volta che il console parlava di Hibakujumoku, li definiva come “alberi che hanno subìto un’esplosione atomica”, e questa lunga circonlocuzione suonava buffa e stonava alquanto con la sua, per il resto perfetta, padronanza della nostra lingua. Così azzardai: “Mi scusi, console, perché continua a dire che gli Hibakujumoku sono ‘alberi che hanno subìto un’esplosione atomica’? Non sarebbe più semplice utilizzare una parola come ‘sopravvissuti’?

Ecco la sua spiegazione: “La questione è più complessa di quanto sembra, caro professore. Tutto nasce dal nome dato ai sopravvissuti, come dice lei, alla bomba. Il loro nome giapponese è hibakusha, letteralmente ‘persone esposte alla bomba’. C’è un motivo per questa scelta che può afferrare. Si scelse questo termine al posto di ‘sopravvissuti’ perché questa parola, esaltando chi era rimasto in vita, avrebbe inevitabilmente offeso i moltissimi morti di quella tragedia. Per conseguenza anche gli Hibakujumoku sono chiamati allo stesso modo. Immagino le sembri strano, ma le assicuro che ogni hibakusha è contento così e non avrebbe sopportato di essere chiamato ‘sopravvissuto’. Suggerii allora la parola “reduci” in italiano. Non la conosceva e gli piacque molto. “La ringrazio molto per avermela insegnata. Suona molto bene. Brindiamo ai nostri amici reduci”.

Usciti dal ristorante, insistetti per accompagnarlo a casa. Non li dimostrava affatto, ma il console aveva ampiamente superato gli ottanta e aveva bevuto molto. In ogni modo l’ebbi vinta io, e con una breve passeggiata l’accompagnai fin sotto casa. Ci salutammo. Contravvenendo ad ogni regola nipponica, in virtù dei suoi molti anni passati in Italia, il console mi abbracciò. Mi guardò serio in faccia e disse: “Parli degli Hibakujumoku, li faccia conoscere. E venga a trovarli ancora”. Poi si interruppe, indeciso: ” Bisogna che glielo dica. Anch’io sono un hibakusha. Avevo sette anni quando la bomba fece scomparire tutta la mia famiglia e chiunque conoscessi al mondo. Io e quattro miei compagni siamo gli unici reduci di quella scuola. Eravamo 120 bambini”.

Ci pensò un attimo, mi sorrise l’ultima volta e girandosi per entrare in casa mi ringraziò ancora per la compagnia.