Le cinque libertà

La psicoterapeuta statunitense Virginia Satir ha descritto in cinque frasi potenti la libertà che si può raggiungere nel percorso terapeutico.

Sono parole di ispirazione anche al di fuori del contesto clinico, da ricordare giorno per giorno, per riflettere sulla propria esperienza di libertà.

Lingua che parli, emozione che provi

Come affermò il filosofo L. Wittgenstein “i limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo”. Ma cosa significa davvero? E perché questo è interessante in psicologia?

Ci sono concetti ed emozioni che sono esprimibili solo in alcune lingue (accade infatti che prendiamo in prestito parole che diventano una vera e propria moda, come la parola hygge in danese).

Questo non significa che se non si conosce una parola non si prova una determinata emozione, anzi, se capita che una parola straniera sia sulla bocca di tutti è anche perché in molti ci si rispecchiano, ossia trovano un riflesso di sé in quella parola.

è altrettanto vero che i contesti in cui si è immersi influenzano significativamente l’esperienza del singolo. Per fare un esempio, in arabo esistono dieci parole per indicare il sentimento di umiliazione (questa informazione mi è stata riportata a voce, non conoscendo l’arabo mi è stato difficile verificarla), mentre nella popolazione dei Pintupi dell’Australia occidentale esistono almeno dieci parole per indicare le diverse sfumature della paura (questa informazione invece viene dal curioso libro Atlante delle emozioni umane). è evidente che in base al contesto si è più o meno portati a focalizzarsi su una determinata emozione o meno. Tuttavia, a volte, pare che ci siano lingue di serie a e lingue di serie b e questo accade, ad esempio, in alcune scuole italiane.

A questo proposito cito la Dott.ssa Marie Rose Moro, neuropsichiatra transculturale che lavora a Parigi, che nell’articolo “Da una lingua all’altra: elogio ai passaggi” descrive in modo evidente questa contraddizione della società occidentale in cui non sempre il bilinguismo (o plurilinguismo), di per sé, è considerato una risorsa e afferma:

L’importanza di assumere una posizione di negoziazione e di métissage. Ad esempio, favorire il bilinguismo dei figli di migranti a scuola e nella società sarebbe un’occasione sia per i bambini sia per la società. Questo bilinguismo permetterebbe dei legami, dei ponti, degli incontri su un piano di uguaglianza linguistica e sociale (Lenclos,
2002). Al momento, essere bilingui quando si è figli di migranti detti economici rappresenta persino una tara in Francia, nonostante che l’apprendimento precoce delle lingue sia incoraggiato a scuola…. Ci troviamo quindi di fronte ad una gerarchia implicita tra lingue?
L’inglese avrebbe più valore dell’arabo? Conosciamo l’importanza del bilinguismo precoce nei bambini per quanto riguarda le lingue più apprezzate, lo consideriamo come un’ottima opportunità per loro e agevoliamo gli apprendimenti precoci. Al contrario, quando si tratta di
bilinguismo con la lingua dei genitori, parliamo di ostacoli e sviluppiamo delle teorie sull’effetto nefasto di questo bilinguismo. L’inglese è importante per i bambini poiché conviene essere bilingui in un mondo dove gli scambi sono importanti; ma l’arabo lo è altrettanto, se è la lingua
dei genitori, quella che trasmette la storia e l’intimità familiare, quella che permetterà ai figli di valorizzare la propria differenza e di riconoscersi come sono, portatori di una storia coloniale, ad esempio, di cui avevano voglia di superare e non solamente di tacere con vergogna o di gridare con violenza. Parlare arabo permetterà a questi bambini di parlare altrettanto
bene il francese e l’inglese, a condizione che l’apprendimento della prima e seconda lingua siano sufficientemente valorizzati (Bialystok, 1991; Bialystok et al., 2004).

Un bellissimo esempio di un’iniziativa scolastica che mette insieme plurilinguismo e poesia, superando l’idea che ci siano lingue più o meno importanti è quello raccontato nel libro della poetessa Chandra Livia Candiani “Ma dove sono le parole?“, che ha condotto per anni seminari di poesia nelle scuole primarie delle periferie multietniche di Milano.

Chandra Livia Candiani, tra le migliori poetesse italiane contemporanee, in una intervista sul blog Il primo amore afferma: “Un verso di un anonimo poeta nicaraguense dice: «Un poeta siente»: un poeta sente, percepisce, avverte, intende, ha sentore e presentimento. E così giochiamo con il sentire e scriviamo le tracce che i sensi lasciano in noi.” – E ancora:

chiedo spesso ai bambini, oltre al nome e all’età, di dire il loro “paese-radice”. Ho pensato di chiamare così il paese da cui vengono o da cui vengono i loro genitori. E la ragione è che nel tempo ho scoperto che, quando scrivono, la poesia li fa tornare alle loro radici, come dire, per esempio i bambini cinesi scrivono poesie sul fluire, sull’andare insieme alla corrente, sulle stagioni e sull’impermanenza. Come se tornassero a una fonte culturale che viene trasmessa alle cellule, dall’aria, dal cibo, dalla lingua, dalle abitudini, dai sogni. Come una bambina del Marocco che una volta ha scritto: «A me qui mancano tantissimo i mercati», una scheggia che mi ha dato il senso di un intero mondo di colori, di odori, di voci, di scambi andato in frantumi. E poi è un modo per fargli sentire che le differenze sono ricchezze.”

Toccare il buio oltre la siepe

Nel fare le ricerche per ispirarmi al nome del blog, ho scoperto che il titolo originale del famoso libro “To kill a mockingbird” (in italiano “Il buio oltre la siepe“) di Harper Lee, tradotto letteralmente sarebbe “Uccidere un mimo poliglotta”.

Un romanzo che mi ha accompagnata in passato, la cui lettura è ancora attuale. La vicenda scorre in maniera limpida, ma il significante sottostante gli eventi tocca il lettore e stimola la riflessione interiore. é scorrevole, immediato, semplice, narrato in prima persona da una bambina.

Pico de loro (ephedra triandra)

Eppure è evocativo e potente: quanto fa paura ciò che non si conosce?

Quando non si è consapevoli di questa paura e tantomeno allenati a toccarla, guardarla, affrontarla…fin dove porta?

Quanto il pregiudizio è legato alla paura per lo sconosciuto?

Mi chiedo anche: cosa impedisce di toccare la paura e lo sconosciuto?

Come scrive Harper Lee “quasi tutte le persone sono simpatiche quando si riescono a capire.”

La rinascita silenziosa degli Hibakujumoku

Il racconto di oggi parla di resilienza: in psicologia è definita come la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Questa “competenza” non è innata e nemmeno immutabile: si può allenare! Non esiste un unico modo di farlo uguale per tutti, proprio per questo invece di dirti cosa devi fare condivido una storia di resilienza, per trovare l’ispirazione…

Siamo in Giappone, a Hiroshima e Nagasaki, città ben note per essere state scelte come obiettivo nel lancio della bomba atomica. L’evento traumatico del racconto l’abbiamo individuato; i protagonisti, invece, non sono uomini ma piante.

Dal libro “L’incredibile viaggio delle piante” di Stefano Mancuso:

Ogni volta che il console parlava di Hibakujumoku, li definiva come “alberi che hanno subìto un’esplosione atomica”, e questa lunga circonlocuzione suonava buffa e stonava alquanto con la sua, per il resto perfetta, padronanza della nostra lingua. Così azzardai: “Mi scusi, console, perché continua a dire che gli Hibakujumoku sono ‘alberi che hanno subìto un’esplosione atomica’? Non sarebbe più semplice utilizzare una parola come ‘sopravvissuti’?

Ecco la sua spiegazione: “La questione è più complessa di quanto sembra, caro professore. Tutto nasce dal nome dato ai sopravvissuti, come dice lei, alla bomba. Il loro nome giapponese è hibakusha, letteralmente ‘persone esposte alla bomba’. C’è un motivo per questa scelta che può afferrare. Si scelse questo termine al posto di ‘sopravvissuti’ perché questa parola, esaltando chi era rimasto in vita, avrebbe inevitabilmente offeso i moltissimi morti di quella tragedia. Per conseguenza anche gli Hibakujumoku sono chiamati allo stesso modo. Immagino le sembri strano, ma le assicuro che ogni hibakusha è contento così e non avrebbe sopportato di essere chiamato ‘sopravvissuto’. Suggerii allora la parola “reduci” in italiano. Non la conosceva e gli piacque molto. “La ringrazio molto per avermela insegnata. Suona molto bene. Brindiamo ai nostri amici reduci”.

Usciti dal ristorante, insistetti per accompagnarlo a casa. Non li dimostrava affatto, ma il console aveva ampiamente superato gli ottanta e aveva bevuto molto. In ogni modo l’ebbi vinta io, e con una breve passeggiata l’accompagnai fin sotto casa. Ci salutammo. Contravvenendo ad ogni regola nipponica, in virtù dei suoi molti anni passati in Italia, il console mi abbracciò. Mi guardò serio in faccia e disse: “Parli degli Hibakujumoku, li faccia conoscere. E venga a trovarli ancora”. Poi si interruppe, indeciso: ” Bisogna che glielo dica. Anch’io sono un hibakusha. Avevo sette anni quando la bomba fece scomparire tutta la mia famiglia e chiunque conoscessi al mondo. Io e quattro miei compagni siamo gli unici reduci di quella scuola. Eravamo 120 bambini”.

Ci pensò un attimo, mi sorrise l’ultima volta e girandosi per entrare in casa mi ringraziò ancora per la compagnia.