I chiari del bosco

Il nome di questo blog si ispira a un’immagine descritta sia dalla filosofa María Zambrano che dallo psicologo e scrittore Tomas Tranströmer.

Letteralmente María Zambrano intitola un suo libro “I chiari del bosco”, da cui vengono di seguito riportate alcune frasi:

“Qualche uccello richiama l’attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto.

Non bisogna cercare. è la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro.

Nei chiari del bosco non ci si porta, come in verità non si reca il bravo studente nelle aule, per fare domande.

E così, colui che distrattamente se ne partì un giorno dalle aule finisce col trovarsi per puro presentimento a percorrere di chiaro in chiaro i boschi dietro al maestro che mai gli si era dato a vedere: l’unico, quegli che chiede di essere seguito per poi nascondersi dietro la chiarezza. E al perdersi egli in questa ricerca può capitargli di scoprire in una rientranza del terreno un luogo segreto che accolga l’amore ferito, ferito come ogni volta in cui va a raccogliersi.

Che significa in verità questo “Incipit vita nova” che qualsiasi metodo, per strettamente logico, strumentale, che esso sia, porta con sè? A nulla può rispondere più che alla letizia di un essere occulto che comincia a respirare e a vivere perchè ha finalmente incontrato l’ambiente adatto alla sua fino ad allora impossibile o precaria vita. “

Di seguito invece viene riportato “La radura”, tratto da “La barriera della verità” (Sanningsbarriären), in “Poesia del silenzio” di Tomas Tranströmer, Crocetti editore.

Gläntan – La radura

C’è in mezzo al bosco una radura inattesa; la può trovare solo chi si è perso. è circondata da un bosco che soffoca se stesso.

Tronchi neri con stoppie di licheni grigio cenere. Gli alberi fittamente contorti sono morti fino alle cime dove qualche verde ramo sfiora la luce. Sotto è una trama di ombre dove la palude cresce. Ma sullo spazio aperto l’erba è stranamente verde e viva.

Qui grandi pietre stanno quasi ordinate. Devono essere le prime pietre di una casa, o forse mi sbaglio. Chi è vissuto qui? Nessuno può dirlo. Da qualche parte devono pur esserci nomi, in un archivio che nessuno apre (solo gli archivi si mantengono giovani). La tradizione orale è morta e insieme a lei i ricordi. La stirpe gitana ricorda, ma chi sa scrivere dimentica. Appunta e dimentica. Il podere mormorante di voci è il centro del mondo. Ma gli abitanti muoiono o emigrano e la cronaca cessa. Abbandonato da tanti anni, il podere si trasforma in sfinge. Alla fine non resta nulla a parte le prime pietre.

Mi sembra di essere già stato qui, ma ora devo andare. Mi tuffo tra gli sterpi. C’è solo da farsi largo: un passo avanti e due di lato, come il cavallo negli scacchi. Piano piano la boscaglia dirada e si rischiara. I passi si fanno più lunghi. Sono di nuovo nella rete delle comunicazioni.

Sulla cantilenante colonna del cavo trasmettitore uno scarafaggio nel sole. Sotto i suoi scudi scintillanti le ali sono riposte come un paracadute piegato da un esperto.

L’immagine evocata da questi brani è quella di un luogo inaspettato e non cercato intenzionalmente nel quale vi è lo spazio per una parte di sé fino a quel momento impossibilitata ad esprimersi.

Traendo ispirazione da questa immagine filosofica negli articoli del blog vengono via via proposti brani tratti da libri di narrativa o saggistica che possano aprire un piccolo varco verso una direzione inaspettata e nuova per il lettore.

La scelta dei brani e della direzione a cui essi possono portare è diretta dall’intuizione e dalle conoscenze acquisite attraverso la formazione come psicoterapeuta.

Nella cella di sé stessi

La notizia della scomparsa dell’editrice Rosellina Archinto a Santa Margherita Ligure ha riportato alla mia memoria un carissimo epistolario, quello tra Anna Maria Ortese e l’amico di gioventù Pasquale Prunas, dal quale riporto una folgorante pagina:

Carissimo Pasquale, ti scrivo subito, e perdona se sono poche parole, ma mi fa male dire a lungo. Stasera è venuta la tua lettera, e solo toccarla, mi sembra di stringere la tua mano. Caro ragazzo, caro fratello. Dio sa se io vorrei fare quel che mi tocca; tu ti arrabbi (per me, per affetto), ma io mi dispero. Bisogna invece avere pazienza, tanta tanta pazienza. Questa, forse, è anche la cosa più grande da sperimentare. Essere nella cella di sé stessi e non gridare, non piangere, non imprecare. La luce torna, o almeno torna per gli altri. Sopprimere le ambizioni personali, acquistare la calma che fa sopportare degnamente ogni pena: guarda che è una cosa santa.

Voglio provare a non lamentarmi più. Perdona se l’ho fatto qualche volta. Ero debole, e non sapevo spiegarmi, spiegare meglio perché tacevo.

Se Dio vuole, se questo è il mio compito, scriverò ancora, non dubitare. Ho il cuore pieno di cose, dell’amore di tutte le cose; e tanto rispetto del male e del dolore umano. O almeno vorrei, desidero averlo.

Queste le parole di Anna Maria Ortese in una lettera a Pasquale Prunas del 20 maggio 1947, contenuta nel libro “Alla luce del sud”, Archinto editore. Parole che rivelano sia una consapevolezza del proprio stato interiore che una filosofia non casuale nei confronti del proprio dolore.

L’incontro con questa autrice è stato fin da subito, dalla prima lettura, quella del romanzo L’iguana, folgorante. La sensazione di “ricevere” senza capire esattamente cosa, mi ha spinto a conoscerne la storia di vita anche attraverso i suoi epistolari. Una scrittrice imprescindibile per coloro che non hanno paura a mettere le mani nella profondità del dolore dell’animo umano.

L’evento psicoanalitico (seconda parte)

Una crisi di mezza età? L’esito di un processo di maturazione? L’effetto “sliding doors” dovuto a un incontro casuale che avrebbe tranquillamente potuto non avvenire?

Lo “snodo” della vicenda raccontata nel romanzo Sostiene Pereira scritto da Antonio Tabucchi è interpretabile a seconda del punto di vista e dell’elemento a cui si vuole dare priorità. Una descrizione del processo che accade all’interno della persona ce lo dà lo stesso autore per voce del dottor Cardoso che in questo brano risponde ai timori e alle incertezze del protagonista che si trova a confrontarsi con l’impatto interiore di quello che è definito un “evento psicoanalitico”.

Miguel Covarrubias, El Hueso.

Il dottor Cardoso chiamò la cameriera e ordinò due macedonie di frutta senza zucchero e senza gelato. Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Théodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere “uno” che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. 

Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe o entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo o con le limonate piene di zucchero.

Pereira finì di mangiare la sua macedonia di frutta e si tolse il tovagliolo che aveva messo intorno al collo. La sua teoria è molto interessante, disse, ci rifletterò sopra, mi piacerebbe prendere un caffè, che ne dice? Il caffè provoca insonnia, disse il dottor Cardoso, ma se lei non vuole dormire fatti suoi, i bagni di alghe sono due volte al giorno, alle nove del mattino e alle cinque del pomeriggio, mi piacerebbe che lei domattina fosse puntuale, sono certo che un bagno d’alghe le farà bene.

Buonanotte, mormorò Pereira. Si alzò e si allontanò. Fece qualche passo e poi si voltò. Il dottor Cardoso gli sorrideva. Sarò puntuale alle nove, sostiene di aver detto Pereira.”

L’evento psicoanalitico (prima parte)

Tratto da un libro ambientato a Lisbona, che coniuga una prosa piacevolmente scorrevole al tema della morte, il brano riportato di seguito è una felice esemplificazione dell’impatto che può avere dentro un uomo quello che è definito un “evento” in psicoanalisi:

Il fatto che lei abbia studiato psicologia mi incoraggia a parlare con lei, disse Pereira, forse farei meglio a parlarne con il mio amico padre António, che è un sacerdote, però forse lui non capirebbe, perché ai sacerdoti bisogna confessare le proprie colpe e io non mi sento colpevole di niente di speciale, eppure ho desiderio di pentirmi, sento nostalgia del pentimento. Forse dovrebbe approfondire la questione, dottor Pereira, disse il dottor Cardoso, e se ha voglia di farlo con me io sono a sua disposizione. Ebbene, disse Pereira, è una sensazione strana, che sta alla periferia della mia personalità, e è per questo che io la chiamo limitrofa, il fatto è che da una parte io sono contento di aver fatto la vita che ho fatto, sono contento di aver fatto i miei studi a Coimbra, di aver sposato una donna malata che ha passato la sua vita nei sanatori, di aver tenuto la cronaca nera per tanti anni in un grande giornale e ora di aver accettato di dirigere la pagina culturale di questo modesto giornale del pomeriggio, però, nello stesso tempo, è come se avessi voglia di pentirmi della mia vita, non so se mi spiego.

Il dottor Cardoso cominciò a mangiare la sua sogliola alla mugnaia e Pereira seguì il suo esempio. Bisognerebbe che conoscessi meglio gli ultimi mesi della sua vita, disse il dottor Cardoso, forse c’è stato un evento. Un evento in che senso, chiese Pereira, cosa vuol dire con questo? Evento è una parola della psicoanalisi, disse il dottor Cardoso, non è che io creda troppo a Freud, perché sono un sincretista, ma credo che sul fatto dell’evento abbia ragione senz’altro, l’evento è un avvenimento concreto che si verifica nella nostra vita e che sconvolge o che turba le nostre convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l’evento è un fatto che si produce nella vita reale e che influisce sulla vita psichica, lei dovrebbe riflettere se nella sua vita c’è stato un evento. Ho conosciuto una persona, sostiene di aver detto Pereira, anzi, due persone, un giovanotto e una ragazza. Me ne parli pure, disse il dottor Cardoso. Bene, disse Pereira, il fatto è che alla pagina culturale avevo bisogno di necrologi anticipati degli scrittori importanti che possono morire da un momento all’altro, e la persona che ho conosciuto ha fatto una tesi sulla morte, è vero che in parte l’ha copiata, ma all’inizio mi sembrava che di morte se ne intendesse, e così l’ho preso come praticante, per fare i necrologi anticipati, e lui me ne ha fatto qualcuno, glieli ho pagati di tasca mia perché non volevo pesare sul giornale, ma sono tutti impubblicabili, perché quel ragazzo ha in testa la politica, per la verità penso che sia la sua ragazza a mettergli in testa queste idee, insomma, fascismo, socialismo, guerra civile di Spagna e cose del genere, sono tutti articoli impubblicabili, come le ho detto, e io finora l’ho pagato. Non c’è niente di male, rispose il dottor Cardoso, in fondo rischia solo i suoi soldi. Non è questo, sostiene di aver ammesso Pereira, il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? In tal caso avrebbero ragione loro, disse pacatamente il dottor Cardoso, ma è la Storia che lo dirà e non lei, dottor Pereira. Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso aver studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e dove devo pubblicare racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa.

Brano tratto da: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi

Avvolgere le ferite

Il brano che voglio pubblicare oggi è una speculazione sull’atteggiamento degli alberi nei confronti delle loro ferite. Innanzitutto l’ho trovato interessante perché sottende un pensiero che accomuna gli esseri viventi (che siano piante o umani) e ragiona su possibili funzionamenti interni associabili tra loro. Il brano è interpretabile anche come metafora di un atteggiamento umano nei confronti delle proprie ferite. Nella nostra interiorità, come ci rapportiamo con esse? Cosa ne facciamo?

Un altro aspetto interessante è che nel brano il pensiero è rivolto al dolore invisibile e dà per scontato che se sono invisibili non vuol dire che le ferite non esistano. La negazione (anche con se stessi) delle proprie ferite è un possibile atteggiamento nei loro confronti, non l’unico e non per forza vero.

“Questo significa forse che quell’albero ha vissuto difficoltà sottilmente intrecciate, e invisibili a un occhio esterno? Forse anche loro sono esseri capaci di riparare con disinvoltura il proprio aspetto esteriore, ma allo stesso tempo, una volta feriti, continuano a vivere portando il dolore di quella ferita nascosto nel loro stesso essere? – poco più avanti continua – Poiché il tronco si rinnova verso l’esterno, le ferite e le deformazioni che subisce vengono avvolte verso l’interno, nel corso degli anni. “Avvolgere” vuol dire racchiudere con delicata cura. Significa custodire il cuore, proteggerlo, fargli da scudo contro i danni esterni. Tutti gli esseri viventi – che siano esseri umani, uccelli, animali – hanno bisogno di avvolgere le loro ferite, e gli alberi naturalmente fanno lo stesso. Avvolgono, proteggono, compensano le deformità, sforzandosi di modellare un tronco che sia il più rotondo possibile, come se fosse privo di imperfezioni.”

Tratto da Alberi di Kōda Aya, ed. Mondadori, 2026.

Filosofia della malattia

Nelle mie letture personali non posso fare a meno di cercare continuamente riferimenti al mondo della psicologia e mi incuriosisce in particolare imbattermi nelle riflessioni di scrittori. Non è la prima volta che incontro una riflessione che affronta il tema della malattia da un punto di vista filosofico. Questo perché mette innanzitutto davanti alla domanda: cosa pensi della malattia o dell’essere malato? Domanda su cui è possibile insistere anche nel colloquio in psicoterapia, stimolando una riflessione in merito. In questo articolo riporto la riflessione di Flannery O’Connor, scrittrice statunitense che inserisce le sue riflessioni in una cornice religiosa cattolica in modo estremamente interessante, perché lontanissima da un’idea di religione semplificata e superficiale:

“Ti sbagli, in realtà solo di recente ho capito che non si ottiene niente restando alla superficie delle cose. Come tutti, l’ho scoperto a mie spese, e soltanto negli ultimi anni grazie, credo a due cose: la malattia e il successo. Una soltanto non mi sarebbe bastata, ma l’abbinata è risultata vincente. Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, molto più istruttivo che un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove non trovi mai compagnia, dove nessuno ti può seguire. La malattia prima della morte è cosa quantomai opportuna e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore. Quasi altrettanto isola il successo, e niente mette in luce la vanità altrettanto bene. Ma da queste parti la superficie è sempre stata molto piatta. Vengo da una famiglia dove era rispettabile mostrare un unico sentimento: l’irritazione. è una tendenza che per alcuni sfocia nell’orticaria, per altri nella letteratura, per me in tutt’e due.”

Tratto da “Sola a presidiare la fortezza”, Lettere di Flannery O’Connor, 2001, Einaudi editore.

L’evoluzione psichica degli uomini

«Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?» (Einstein nel 1932)

Pablo Picasso, Guernica, 1937

Questa è la domanda, ancora oggi urgente, che il famoso scienziato pose al padre della psicoanalisi. L’interessante scambio epistolare è stato pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri con il titolo “Perchè la guerra?” ed è stato raccontato e contestualizzato storicamente nel programma radiofonico Wikiradio. Le voci della storia, che è possibile ascoltare a questo link.

Einstein si rivolge a Freud in quanto profondo conoscitore dell’anima umana capace di analizzarla con sufficiente distacco per fare luce sul problema. Lo interpella in quanto si rende conto che il progresso scientifico sta rendendo le guerre sempre più distruttive, nonostante non esista ancora la bomba atomica a quel tempo. Decide di rivolgersi a Freud perchè nel campo della fisica teorica non arrivano soluzioni su come non fare ricorso alla guerra o almeno perchè lui non ne vede; inoltre vuole capire cosa spinga gli esseri umani a farsi la guerra.

Nel preparare la risposta ad Einstein Freud afferma: “Ho passato tutta la mia vita a dire agli uomini cose difficili da mandare giù, non cambierò abitudini adesso che sono vecchio”. Nel rispondere infatti Freud afferma che “in ogni caso, non c’è alcuna speranza di sopprimere le tendenze aggressive degli esseri umani”, ma è comunque possibile fare qualcos’altro con essa, ossia deviarla. Deviare l’aggressività secondo Freud significa “fare in modo che prenda strade diverse da quelle della guerra e per fare ciò si deve ricorrere alla pulsione antagonista alla distruttività insita nell’uomo, ossia l’Eros: Eros è tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini”.

In particolare Freud spiega che esistono due tipi di legami tra gli uomini: quelli d’amore, d’affetto (non si fa del male a qualcuno a cui si vuole bene) e quelli di identificazione (è più difficile fare del male a qualcuno simile a noi). Quest’ultima tipologia di legame è quella su cui viene fatta leva per giustuficare una guerra da chi controlla il potere (ovvero far credere che il nemico sia diverso da noi).

Lo scambio epistolare si conclude con questa frase di Einstein, scritta in occasione dell’ottantesimo compleanno di Freud :

«Ritengo la psicoanalisi una benedizione; è sempre una benedizione quando una concezione grande e bella è in armonia con la realtà.»

Considerazioni sulla salute mentale con Alexander Lowen

Immagine tratta da Pinterest

Lo scopo fondamentale del lavoro psichiatrico, oggi come ieri, consiste nel mettere la persona malata di mente in contatto con la realtà. Se il distacco dalla realtà è grave – cioè se il paziente non è in grado di orientarsi nei confronti della realtà del tempo, dello spazio o dell’identità – la sua condizione viene definita psicotica. Si dice che soffre di fissazioni che alterano la sua percezione della realtà. Quando il disturbo emotivo è meno grave, viene definito nevrosi. L’individuo nevrotico non è disorientato, la sua percezione del reale non è alterata, ma la sua concezione della realtà è fallace. Egli opera in base a delle illusioni e di conseguenza il suo funzionamento non è radicato nella realtà. Poichè soffre di illusioni, il nevrotico è considerato un malato mentale.

Ma la realtà non è sempre facile da definire. Spesso è difficile determinare quali credenze siano illusioni e quali siano invece valide. Non di rado si può constatare come la persona che si vanta di essere “realista” abbia illusioni nascoste.

Vi è una realtà indiscutibile nella vita d’ogni persona, e cioè l’esistenza fisica, ossia il corpo. Il suo essere, la sua individualità, la sua personalità, sono determinati dal suo corpo. Quando il suo corpo muore, cessa il suo essere come persona nel mondo. Nessun individuo esiste separato dal corpo. Non esiste alcuna forma di esistenza mentale indipendente dall’esistenza fisica di una persona.

Da questo punto di vista il concetto di malattia mentale è un’illusione. Non c’è disturbo mentale che non sia anche disturbo fisico. La persona depressa è depressa fisicamente oltre che mentalmente: le due cose sono in realtà una, ciascuna di esse è un aspetto diverso della personalità. La stessa cosa è vera di ogni altra forma di cosiddetta malattia mentale. La convinzione che “stia tutto nella testa” è la grande illusione del nostro tempo, legata all’ignoranza della realtà fondamentale che la vita in tutte le sue manifestazioni è un fenomeno fisico.

Immagine tratta pa pinterest. Illustrazione di Joanna Concejo

Il termine appropriato per descrivere disturbi della personalità è “malattia emozionale”. Il termine “emozione” implica la nozione di movimento e pertanto sottintende sia il dato fisico che quello mentale. Il movimento ha luogo sul piano fisico, ma la relativa percezione avviene nella sfera mentale. Un disturbo emozionale coinvolge entrambi i livelli della personalità. E poichè è lo spirito a muovere la persona, è anch’esso coinvolto in ogni conflitto emozionale.

Se vogliamo evitare l’illusione che stia “solo nella testa”, dobbiamo riconoscere che la vera spiritualità ha una base fisica o biologica. Analogamente dobbiamo distinguere tra fede e credenza. La credenza (o convinzione) è il risultato di un’attività mentale, ma la fede è radicata nei profondi processi biologici del corpo. La persona depressa è, come vedremo, una persona che ha perso la propria fede. Come e perchè l’abbia persa sarà l’argomento principale di questo libro. Nel corso di quest’analisi arriveremo ad una comprensione della base biologica del senso di realtà e del sentimento di fede. Non si esagererà a sottolineare l’importanza di questo tipo di ricerca, poichè la perdita della fede è il problema essenziale dell’uomo moderno.

Tratto dalla prefazione al libro: La depressione e il corpo. La base biologica della fede e della realtà. A. Lowen; ed. Astrolabio, 1980.

Alexander Lowen, allievo di Reich e creatore della bioenergetica, ha praticato psichiatria a New York e nel Connecticut è stato direttore delll’Institute of Bioenergetic Analysis.

L’antidoto alla violenza

La ruota della non violenza mostra una relazione basata sull’equità e sulla non violenza. Può essere comparata alla ruota della violenza (mostrata più avanti) per fare confronti sui diversi comportamenti. è inoltre utile per darsi degli obiettivi e stabilire dei limiti nelle relazioni interpersonali.

La ruota della violenza aiuta a identificare quei comportamenti che insieme costituiscono un pattern di violenza. Mostra diverse componenti di una relazione e come singoli comportamenti possano fare parte del tentativo di controllare qualcuno.

Queste due immagini sono tratte dal corso di Judith Herman “Comprendere il trauma complesso e i percorsi di recupero” visibile su Youtube.