
Nelle mie letture personali non posso fare a meno di cercare continuamente riferimenti al mondo della psicologia e mi incuriosisce in particolare imbattermi nelle riflessioni di scrittori. Non è la prima volta che incontro una riflessione che affronta il tema della malattia da un punto di vista filosofico. Questo perché mette innanzitutto davanti alla domanda: cosa pensi della malattia o dell’essere malato? Domanda su cui è possibile insistere anche nel colloquio in psicoterapia, stimolando una riflessione in merito. In questo articolo riporto la riflessione di Flannery O’Connor, scrittrice statunitense che inserisce le sue riflessioni in una cornice religiosa cattolica in modo estremamente interessante, perché lontanissima da un’idea di religione semplificata e superficiale:
“Ti sbagli, in realtà solo di recente ho capito che non si ottiene niente restando alla superficie delle cose. Come tutti, l’ho scoperto a mie spese, e soltanto negli ultimi anni grazie, credo a due cose: la malattia e il successo. Una soltanto non mi sarebbe bastata, ma l’abbinata è risultata vincente. Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, molto più istruttivo che un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove non trovi mai compagnia, dove nessuno ti può seguire. La malattia prima della morte è cosa quantomai opportuna e chi non ci passa si perde una benedizione del Signore. Quasi altrettanto isola il successo, e niente mette in luce la vanità altrettanto bene. Ma da queste parti la superficie è sempre stata molto piatta. Vengo da una famiglia dove era rispettabile mostrare un unico sentimento: l’irritazione. è una tendenza che per alcuni sfocia nell’orticaria, per altri nella letteratura, per me in tutt’e due.”
Tratto da “Sola a presidiare la fortezza”, Lettere di Flannery O’Connor, 2001, Einaudi editore.