Avvolgere le ferite

Il brano che voglio pubblicare oggi è una speculazione sull’atteggiamento degli alberi nei confronti delle loro ferite. Innanzitutto l’ho trovato interessante perché sottende un pensiero che accomuna gli esseri viventi (che siano piante o umani) e ragiona su possibili funzionamenti interni associabili tra loro. Il brano è interpretabile anche come metafora di un atteggiamento umano nei confronti delle proprie ferite. Nella nostra interiorità, come ci rapportiamo con esse? Cosa ne facciamo?

Un altro aspetto interessante è che nel brano il pensiero è rivolto al dolore invisibile e dà per scontato che se sono invisibili non vuol dire che le ferite non esistano. La negazione (anche con se stessi) delle proprie ferite è un possibile atteggiamento nei loro confronti, non l’unico e non per forza vero.

“Questo significa forse che quell’albero ha vissuto difficoltà sottilmente intrecciate, e invisibili a un occhio esterno? Forse anche loro sono esseri capaci di riparare con disinvoltura il proprio aspetto esteriore, ma allo stesso tempo, una volta feriti, continuano a vivere portando il dolore di quella ferita nascosto nel loro stesso essere? – poco più avanti continua – Poiché il tronco si rinnova verso l’esterno, le ferite e le deformazioni che subisce vengono avvolte verso l’interno, nel corso degli anni. “Avvolgere” vuol dire racchiudere con delicata cura. Significa custodire il cuore, proteggerlo, fargli da scudo contro i danni esterni. Tutti gli esseri viventi – che siano esseri umani, uccelli, animali – hanno bisogno di avvolgere le loro ferite, e gli alberi naturalmente fanno lo stesso. Avvolgono, proteggono, compensano le deformità, sforzandosi di modellare un tronco che sia il più rotondo possibile, come se fosse privo di imperfezioni.”

Tratto da Alberi di Kōda Aya, ed. Mondadori, 2026.

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