Segreti sepolti

Alcuni racconti delle generazioni precedenti alla nostra non li ascolteremo mai e non tutto è analizzabile nella stanza di terapia. Alcuni vissuti rimarranno misteriosi e in alcuni casi accettarlo può essere una strada che porta ad un maggior benessere. Di seguito riporto una testimonianza della scrittrice statunitense Joyce Carol Oates tratta dal romanzo di formazione “I Paesaggi Perduti” che arricchisce questo concetto e mostra come il non voler svelare a tutti costi il mistero sia anche una forma di rispetto verso persone con determinati vissuti. Joyce Carol Oates spiega come ci sia modo e modo di avvicinarsi ai “misteri emotivi” che riguardano una famiglia e quanto il lavoro di uno scrittore possa essere connesso con questi misteri. Da questo frammento emerge chiaramente, a mio parere, il valore di farsi accompagnare da una determinata letteratura nel percorso quotidiano di scoperta e di conoscenza di se stessi.

Fotografia di un disegno di Samuele Strusciolo

“Poichè questi segreti familiari rimanevano avvolti nel mistero, per il senso di umiliazione o vergogna delle persone interessate, io non ho mai saputo, nè ho avuto la possibilità di verificare, se quei due (bellissimi) giovani si confidassero fra loro, o si compatissero a vicenda; il riserbo caratterizzava entrambi i rami della famiglia, insieme a un’ostinata reticenza; non erano persone a cui venisse facile aprirsi, men che meno “raccontare tutto di sè”. Il bisogno di mettersi a nudo per cui è famosa la nostra epoca sarebbe risultato stupefacente a persone come loro, difficilmente credibile, e in nessun modo desiderabile. Tra i miei famigliari sembrava regnare la paura che una parola imprudente non potesse essere poi ritirata; parlare senza riflettere portava a dire cose avventate di cui ci si sarebbe pentiti. In molti dei miei romanzi c’è un simulacro del “confessionale”, ma interpretarlo in senso letterale sarebbe fuorviante. La via dello scrittore non è la trascrizione letterale, bensì la trascrizione delle emozioni.”

Art by Oda Sonderland

“è possibile che lo scrittore/artista sia stimolato dai misteri dell’infanzia, oppure che siano i misteri dell’infanzia a stimolare lo scrittore/artista. A volte, mentre scrivo, quando sono più assorta e catturata dalla scrittura, fino a diventare ansiosa, mi ritrovo a immaginare che quanto sto inventando sia in qualche modo “reale”; se riesco a risolvere il mistero del romanzo, avrò risolto un mistero della mia vita. Il fatto che il mistero non sia mai risolto fino in fondo sembrerebbe essere la ragione dei continui sforzi dello scrittore per riuscirci: ogni storia, ogni poesia, ogni romanzo è una reiterata richiesta di penetrare quel mistero, instancabilmente rinnovata. Lo scrittore è un decifratore di indizi, se per “indizi” si intende una narrazione sotterranea incerta e discontinua.”

Frammento nr. 8 – la trasformazione della psiche in vita –

“Trasformazione della psiche in vita”: è un’espressione che può essere intesa in vari modi. Molto semplicemente, io la intendo come la liberazione dei fenomeni psichici dalla maledizione della mentalità analitica. E ciò significa rendersi conto delle sue predilezioni per la psicopatologia e del fatto che la psicologia è divenuta un imponente e tuttavia sottile sistema per deformare la psiche instillandole il convincimento che in essa vi è qualcosa di “sbagliato” e, di conseguenza, per analizzare la sua immaginazione attraverso categorie diagnostiche. Far entrare la psiche nella vita significa allontanarla non dalla sua malattia, ma dalla visione malata che ha di sè stessa, come bisognosa di cure, di conoscenze e di amore professionali. Con questo non voglio dire che la psiche non soffra o non si ammali.

[…] Se c’è una lezione che abbiamo imparato in settant’anni di analisi, è che nelle sofferenze della psicopatologia noi scopriamo un senso dell’anima. Quando sono prostrato dall’orrore delle depressioni, dei sintomi e dei desideri più violenti, io sono di fronte all’irrefutabile prova dell’indipendenza delle forze psichiche. Qualcosa vive in me che non è opera mia. Questo demone che parla nei sogni, nelle passioni, nei dolori, non molla la presa, ed io allora sono costretto a riconoscere il suo valore perchè approfondisce me stesso al di là della mia usuale nozione di me stesso come Io e perchè dà al mio spirito un senso dell’anima e della morte. Perciò, portare la malattia nella vita significa portare l’anima con sé ovunque si vada e reagire alla vita dal punto di vista di quest’anima.

Testo tratto dall’introduzione a “Il mito dell’analisi” di James Hillman, 1991, ed. Adelphi

Frammento n.7

In questo frammento di seguito riportato dal libro autobiografico “Per Elisa” Magda Szabò racconta con la sua magnifica prosa quale sia il senso della sofferenza e del dolore nell’esperienza della vita umana: un dono (di Dio) per prepararsi alla propria morte. L’autrice inserisce questa interpretazione del dolore in una cornice religiosa: senza dubbio la fede è portatrice di un senso forte nella vita delle persone. Nonostante ciò ritengo questa lettura del dolore credibile anche per coloro che si definiscono atei; stimoli utili nella ricerca di una risposta ai grandi interrogativi, quali quello del senso del dolore e della sofferenza, si ritorvano ovunque ci sia stato uno sforzo di riflessione, ben oltre le barriere culturali, linguistiche ed anche religiose.

– Questa è solo una pre-morte – la sentii dire, […] – Per fortuna ci sono molte pre-morti prima di accingersi a quella vera: una persona nel corso della vita sente più volte di non avere una strada, un futuro, ormai neanche le forze, che è finito tutto, è la fine; è stato davvero bello da parte del buon Dio inventarsi questa assuefazione sistematica al gran finale. Il passo definitivo, conclusivo alla fine avverrà in maniera sorprendentemente facile: morirai sorridendo, scambierai una stretta di mano col trapasso, e con un ultimo gesto chiuderai il libro. A quel punto sarai già sopravvissuta a talmente tante catastrofi, avrai perso talmente tanto sangue, avrai così tanto temuto, pianto, fatto inutili tentativi, che alla povera morte rimarrà a malapena qualcosa di cui ti possa derubare: si potrà pigliare solo la tua pelle, la carta da pacchi nella quale Dio ti ha avvolto alla nascita, e le tue ossa, lo spago. Dove sarà a quel punto in te la vera sofferenza, alla quale la vita di avrà resa avvezza, dove la smarrita disperazione, dove sarai tu, con l’intero tuo io?

Corpo e anima, se vengono oberati troppo, si consumano, le tue pre-morti tanto spesso sopportate sono messaggi celesti, nella grande arena nella quale ti sei mossa fino all’ultimo istante quasi ogni tua cosa è diventata decrepita, ha perso la sua importanza. Non ritenere una sciagura il misericordioso regalo di Dio, ma una elargizione, quando al momento dell’ultima morte, che ormai non sarà “pre-” ma definitiva, potrai una buona volta tirare il fiato, proverai solo la sensazione che sia arrivato il benedetto riposo. Non avrai più progetti, quindi non potrai soffrire delusioni, sarai invulnerabile nel nulla finalmente conseguito. Sii coraggiosa, ogni pre-morte non farà che rafforzarti per l’attimo in cui stramazzerai a terra. Capisci ciò che stai sentendo, Magdolna? –

Che lo capissi lo seppi dal fatto che riconobbi che quanto stavo vivendo in quel momento era ciò di cui mi aveva avvertito mia madre, la prima pre-morte. Morii per la prima volta in sesta ginnasio, e mia madre non si era sbagliata nemmeno nei dettagli; non fu un’esperienza facile. In quell’anno persi tutte le mie illusioni, la mia fiducia riposta negli esseri umani, divenni dubbiosa anche della sollecitudine e dell’onnipotenza di Dio, tanto era profondo il baratro nel quale ero precipitata.

Foto scattata al cimitero di Staglieno, Genova.

Le mani forti di Ludwig R.

«Non credo di essere malato. Questo anzi lo escludo, mi creda. Semplicemente: io sono uno a cui la vita si sbriciola in mano. Ho sempre avuto le mani troppo forti, tutte le cose mi si rompono in mano, mio padre mi diceva sempre: “Tu stringi troppo”, e non c’è cosa che io non abbia distrutto.»

Disegno del fiore di Maquilishuat o Tabebuia Rosea

«Fra i miei pazienti, se le può servire, c’è chi dice come lei di aver stretto la vita troppo forte, c’è chi dice di averla solo accarezzata, c’è chi dice di non averla mai nemmeno sfiorata. E infine c’è anche chi proprio non sa cosa siano le mani. Questi ultimi sono quelli che stanno meglio, tanto che in genere neanche li trattengo.»

Roseto del Palazzo di Topkapi a Istanbul

«Torno a dirle: mi ha parlato della vita come di un oggetto nelle sue mani. Ebbene, non parliamo di una cosa, non la puoi nè stringere nè sfiorare, per il semplice fatto che non è materia. Il fatto che lei pensi di poterlo fare indica che ha di sè un’idea distorta: nessuno usa la propria vita: ognuno semmai è la propria vita. E deve prenderne atto. Guardi il mio caso: oggi lei è entrato qui, io le sto parlando. Per quanto io mi sforzi di controllare le cose, non posso cambiare il fatto che lei sia qui, e che sia com’è. In altri termini: non posso scegliere le cose che accadono, posso solo cambiare il mio sguardo su di esse. Chi pretende di forzare le cose in realtà non ha alcuna forza: fugge e basta, fugge di continuo, finge di non vedere, chiude gli occhi, corre bendato, e guai a dirgli che la benda si può sfilare.»

Tratto da: L’interpretatore dei sogni di Stefano Massini

Le cinque libertà

La psicoterapeuta statunitense Virginia Satir ha descritto in cinque frasi potenti la libertà che si può raggiungere nel percorso terapeutico.

Sono parole di ispirazione anche al di fuori del contesto clinico, da ricordare giorno per giorno, per riflettere sulla propria esperienza di libertà.

La rinascita silenziosa degli Hibakujumoku

Il racconto di oggi parla di resilienza: in psicologia è definita come la capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Questa “competenza” non è innata e nemmeno immutabile: si può allenare! Non esiste un unico modo di farlo uguale per tutti, proprio per questo invece di dirti cosa devi fare condivido una storia di resilienza, per trovare l’ispirazione…

Siamo in Giappone, a Hiroshima e Nagasaki, città ben note per essere state scelte come obiettivo nel lancio della bomba atomica. L’evento traumatico del racconto l’abbiamo individuato; i protagonisti, invece, non sono uomini ma piante.

Dal libro “L’incredibile viaggio delle piante” di Stefano Mancuso:

Ogni volta che il console parlava di Hibakujumoku, li definiva come “alberi che hanno subìto un’esplosione atomica”, e questa lunga circonlocuzione suonava buffa e stonava alquanto con la sua, per il resto perfetta, padronanza della nostra lingua. Così azzardai: “Mi scusi, console, perché continua a dire che gli Hibakujumoku sono ‘alberi che hanno subìto un’esplosione atomica’? Non sarebbe più semplice utilizzare una parola come ‘sopravvissuti’?

Ecco la sua spiegazione: “La questione è più complessa di quanto sembra, caro professore. Tutto nasce dal nome dato ai sopravvissuti, come dice lei, alla bomba. Il loro nome giapponese è hibakusha, letteralmente ‘persone esposte alla bomba’. C’è un motivo per questa scelta che può afferrare. Si scelse questo termine al posto di ‘sopravvissuti’ perché questa parola, esaltando chi era rimasto in vita, avrebbe inevitabilmente offeso i moltissimi morti di quella tragedia. Per conseguenza anche gli Hibakujumoku sono chiamati allo stesso modo. Immagino le sembri strano, ma le assicuro che ogni hibakusha è contento così e non avrebbe sopportato di essere chiamato ‘sopravvissuto’. Suggerii allora la parola “reduci” in italiano. Non la conosceva e gli piacque molto. “La ringrazio molto per avermela insegnata. Suona molto bene. Brindiamo ai nostri amici reduci”.

Usciti dal ristorante, insistetti per accompagnarlo a casa. Non li dimostrava affatto, ma il console aveva ampiamente superato gli ottanta e aveva bevuto molto. In ogni modo l’ebbi vinta io, e con una breve passeggiata l’accompagnai fin sotto casa. Ci salutammo. Contravvenendo ad ogni regola nipponica, in virtù dei suoi molti anni passati in Italia, il console mi abbracciò. Mi guardò serio in faccia e disse: “Parli degli Hibakujumoku, li faccia conoscere. E venga a trovarli ancora”. Poi si interruppe, indeciso: ” Bisogna che glielo dica. Anch’io sono un hibakusha. Avevo sette anni quando la bomba fece scomparire tutta la mia famiglia e chiunque conoscessi al mondo. Io e quattro miei compagni siamo gli unici reduci di quella scuola. Eravamo 120 bambini”.

Ci pensò un attimo, mi sorrise l’ultima volta e girandosi per entrare in casa mi ringraziò ancora per la compagnia.