Le poesie sono sempre delle occasioni per una riflessione. Il poeta, come un minatore, scende nella profondità che sta celata appena dietro il velo dell’apparenza delle cose. (Tratto da: Undici poesie di Tomas Transtromer di Giorgio Linguaglossa)
… indica nel silenzio la condizione privilegiata per avvertire i ritmi della vita biologica e psichica. (Dall’introduzione a Poesia dal silenzio di Tomas Transtömer)
Acquarello di René Génis per ROMANS di Bernard Quesnay, Ed. Gallimard, Paris, 1961.
Gli anemoni
Far magie… niente di più semplice! è uno dei trucchi più antichi della terra e della primavera: gli anemoni. Sono improvvisi. Spuntano dal bruno fruscÍo dell’anno scorso in luoghi dimenticati dove altrimenti non si sofferma lo sguardo. Ardono e si dibattono, sÍ, si dibattono: dipende dal colore. Quel fervido azzurro-viola ormai non ha alcun peso. Qui è l’estasi ma un’estasi contenuta. “Carriera” – non li riguarda! “Potere” e “pubblicità” – grotteschi. Fu loro certo riservata fastosa accoglienza su a Ninive, fecero fanfare e fragore. In alto sul soffitto – sopra tutte le teste stavano i lampadari di cristallo come vitrei avvoltoi. Invece di questo superdecorato e rumoroso vicolo cieco, gli anemoni aprono un varco segreto alla vera festa dove regna un silenzio di morte.
Dal marzo ’79
Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua
Sono andato sull’isola coperta di neve.
Non ha parole il deserto.
Le pagine bianche dilagano ovunque!
Scopro orme di capriolo sulla neve.
Lingua senza parole.
Ritratto di donna dell’800
La voce è soffocata nell’abito. I suoi occhi
Seguono il gladiatore. E poi lei stessa
È nell’arena. È libera? Una cornice dorata paralizza il terrore del quadro.
La sera prima che Klara Gulla di Strolycka partisse per Stoccolma, Jan, suo padre, non la finiva più di trafficare con tutto quello di cui doveva occuparsi. Appena rientrato dal lavoro, dovette andare nel bosco a cercar legna. Poi si mise a riparare un’asse dal cancello, che pendeva spezzata già da un anno; fatto questo, cominciò a raccogliere e a mettere in ordine i suoi arnesi da pesca. E per tutto il tempo si stupiva di non provare un vero e proprio dolore. Era ridiventato come diciott’anni prima. Non gli riusciva più di sentirsi né felice né triste. Il cuore gli si era fermato, come un meccanismo dopo una scossa violenta, quando aveva veduto Klara Gulla sulla cima dello Snipa, spalancare le braccia per abbracciare il mondo intero. Era come diciott’anni prima. Allora la gente si aspettava che si rallegrasse che gli arrivava la bimbetta. Ma a lui proprio non interessava neanche un filo. Ora tutti quanti si aspettavano che fosse disperato e abbattuto. Ma non era né l’uno né l’altro. La casetta era piena di gente venuta a salutare Klara Gulla. Jan si vergognava proprio di entrare lasciando vedere che non piangeva né si lamentava. Meglio restar fuori. A ogni modo era un bene per lui che fosse così. Se fosse stato come prima, non sapeva come avrebbe resistito alla nostalgia e al dolore. Passando poco prima davanti alla finestra, aveva visto che la stanza era adorna di rami. E sulla tavola c’erano tazze da caffè, esattamente come nel giorno a cui stava pensando. Kattrinna aveva voluto fare un pò di festa per la figlia che doveva partire per il vasto mondo per salvare la casetta. Piangevano davvero, là dentro, sia quelli venuti a salutare, che le due donne di casa. Udiva il pianto di Klara Gulla fin dal cortile, ma non gli faceva nessun effetto. “Signori cari”, mormorò fra sè mentre stava lì fuori, “è proprio come deve essere. Guardate gli uccellini! Sono gettati fuori dal nido, se non se ne vanno spontaneamente. E avete osservato il piccolo cuculo? Non c’è niente di peggio che vederlo starsene lì grande e grosso nel nido non facendo che gridare reclamando cibo, mentre i suoi genitori adottivi si sfiniscono per lui.” “No, va bene così. I giovani non possono rimanersene seduti in casa, a carico di noi vecchi. Devono andarsene per il mondo, loro, miei cari signori.” Alla fine tornò la quiete nella casetta. I vicini se n’erano ormai di sicuro andati, e Jan poteva azzardarsi a entrare. Tuttavia andò a trafficare con gli arnesi da pesca ancora per un pò. Preferiva che Klara Gulla e Kattrinna fossero coricate e addormentate prima di varcare la soglia. Quando non udì più nulla per parecchio tempo, scivolò piano piano verso la casa, come un ladro. Ma le donne non erano andate a letto. Passando davanti alla finestra aperta, vide Klara Gulla. Sedeva con la testa reclinata fra le braccia stese sul tavolo. Sembrava che piangesse. Kattrinna, in fondo alla stanza, stava avvolgendo il suo scialle attorno al fagotto dei vestiti di Klara Gulla. “Potete pure lasciar stare, mamma”, disse la giovinetta senza sollevare il capo. “Vedete bene che papà è arrabbiato con me perchè parto.” “Gli passerà”, disse Kattrinna tranquillamente. “Sì, lo dite perchè non vi importa di lui”, proseguì Klara Gulla tra i singhiozzi. “Voi pensate soltanto alla casa. Ma vedete, papà e io siamo un persona sola. Io non ci vado, lontano da lui!” “E la casa, allora?” chiese Kattrinna. “Per la casa vada come vuole, purché papà mi voglia bene di nuovo.” Jan si allontanò piano dalla porta e si sedette sulla soglia. Non credeva che Klara Gulla sarebbe rimasta a casa. No, sapeva meglio di chiunque che doveva partire. Ma fu come se il piccolo tenero involto gli fosse stato di nuovo posto fra le braccia. E il cuore riprese a battere, E batteva a una tale rapidità, come se fosse stato fermo per anni e avesse bisogno di recuperare il tempo perduto. E nello stesso istante Jan sentì che adesso era rimasto senza difese e senza riparo. Adesso arrivavano il dolore e lo struggimento. Li vide come ombre nere laggiù sotto gli alberi. Aprì le braccia e le protese, e un sorriso felice gli illuminò il volto:” Benvenuti, benvenuti!” disse a quegli ospiti.
Tratto da “L’imperatore di Portugallia” di Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1909.