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Chiara Crespi

Psicoterapeuta

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La separazione: passaggio, non rottura.

Oggi propongo una riflessione sul concetto di separazione riportando stralci dal libro interamente dedicato a questo tema “La separazione” edito da Borla per la Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile. Ho trovato questa lettura ricca di spunti per diverse ragioni: perchè la separazione è un processo che riguarda l’esperienza di ogni essere umano ed è un processo che dura tutta la vita, perchè è uno dei concetti chiave dell’orientamento sistemico-relazione che ha fatto parte della mia formazione accademica, perchè è un processo implicato in tutte le relazioni significative che viviamo nel presente e che abbiamo vissuto nel passato, perchè dà una spiegazione delle difficoltà personali sottostanti alcuni gesti estremi che leggiamo nella cronaca nera di tutti i giorni e infine perchè indica una direzione a cui tendere. Buona lettura nella speranza che non sia troppo ostica per i non addetti ai lavori.

Xilografia di Carl Moser, Donna bretone con bambino, 1923

La separazione è sentita come accettabile quando è avvenuta una introiezione grazie alla quale è possibile lasciare l’oggetto esterno che, separato, continuerà a vivere dentro di noi nel ricordo, nella memoria, nella gratitudine per la soddisfazione ricevuta. Altrimenti la separazione è solo perdita, abbandono, vuoto.

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L’oggetto introiettato può essere considerato come una sorta di compagno interno, una costruzione che fornisce le basi per un sentimento di presenza dei genitori anche se sono assenti (sentire la presenza nell’assenza).

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Alcune riflessioni di Winnicott: separazione non vuol dire perdita o distacco dal nulla ma distacco da relazioni o immagini oggettuali precoci che permettono la evoluzione verso immagini più mature. Separazione non vuol dire rottura ma passaggio verso una capacità di relazione più matura verso gli oggetti completi.

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L’elaborazione della separazione non può essere un salto nel vuoto, elementi essenziali sono la presenza nell’alimentare fiducia e continuità emotiva, ma anche l’assenza e il vuoto come esperienza di ricerca. Il senso di fiducia e confidenza che dà concretezza alla unicità della relazione permette di accettare la separazione senza avvertire il rischio di perdere un aspetto essenziale del sentimento di esistenza personale. L’assenza che è vissuta come tollerabile implica una capacità di rinuncia, processo attivo che è pienamente espresso dal senso etimologico della parola: reagire per annunciare un nuovo progetto, una nuova capacità creativa.

Per dirlo con Proust: “Non si può ricreare ciò che si ama, se non rinunciandovi”; ed è solo nella separazione che si operano rinunce e che si possono ritrovare in sé gli oggetti interni d’amore.

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Il punto fondamentale è: quanto per ciascuna persona la separazione è sinonimo di perdita e quanto invece può essere vissuta come una condizione anche necessaria giacché senza separazione non è possibile la vita nella sua piena espressione. Di fatto gli aspetti simbiotici, gli aspetti adesivo-imitativi della personalità, sono quelli attraverso i quali rinunciamo ad essere creativi per pensare e vivere in modo parassitario.

Pubblicato daChiara Crespi6 giugno 2025Pubblicato in: Senza categoriaTag:aggressività, assenza, bambino, borla, lutto, madre, neuropsichiatria infantile, perdita, presenza, proust, psicologo, rinuncia, separazioneLascia un commento su La separazione: passaggio, non rottura.

La pandemia insegna il valore della rinuncia

Per guardare alle cose in modo diverso bisogna esercitarsi. Nel tentativo di comprendere più a fondo quali possano essere i significati psicologici che la pandemia porta con sé, ho pensato quanto duramente ci abbia messi davanti alla rinuncia. Abbiamo dovuto rinunciare a molte cose, in modo repentino. Siamo stati obbligati a farlo.

Immagine dalla rivista Flow

Ma siamo anche stati obbligati a fermarci. Fermarsi e disinserire il “pilota automatico” è faticoso, ma può rivelarsi un’esperienza preziosa per riflettere ed aumentare la propria consapevolezza.

Vi siete chiesti se tutto ciò a cui avete dovuto rinunciare fosse davvero così importante? Io credo che ciò che tuttora sia imposto dall’esterno, e quindi difficile da accettare, possa, in questo tempo sospeso, essere oggetto di riflessione profonda.

Abbiamo davvero bisogno di tutto quello che facevamo prima? è davvero ciò che ci fa bene? Qual’é o qual’era il senso, per me, di quell’attività?

Porsi queste domande può restituire, mentalmente, il senso di agency, (ovvero la sensazione di poter scegliere) e può donare la possibilità di scegliere più consapevolmente.

Rinunciare è una scelta, non è un atto passivo, e può rivelarsi estremamente liberatorio e portare un maggior benessere psicologico, perché dà la possibilità di connettersi maggiormente con il sé più autentico.

Per proseguire la riflessione sul valore della rinuncia, a questo link trovate il contributo di alcuni sportivi di fama mondiale che ne hanno parlato.

Pubblicato daChiara Crespi21 marzo 202121 marzo 2021Pubblicato in: Senza categoriaTag:autenticità, benessere psicologico, esercizio, pandemia, psicologia, psicologo, rinuncia, sè, scegliereLascia un commento su La pandemia insegna il valore della rinuncia
Chiara Crespi

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