L’antidoto alla violenza

La ruota della non violenza mostra una relazione basata sull’equità e sulla non violenza. Può essere comparata alla ruota della violenza (mostrata più avanti) per fare confronti sui diversi comportamenti. è inoltre utile per darsi degli obiettivi e stabilire dei limiti nelle relazioni interpersonali.

La ruota della violenza aiuta a identificare quei comportamenti che insieme costituiscono un pattern di violenza. Mostra diverse componenti di una relazione e come singoli comportamenti possano fare parte del tentativo di controllare qualcuno.

Queste due immagini sono tratte dal corso di Judith Herman “Comprendere il trauma complesso e i percorsi di recupero” visibile su Youtube.

Parole di saggezza

C’è chi si rivolge ad uno psicologo perchè sta male, chi lo fa perchè cerca ascolto, e c’è chi cerca un consiglio per vivere meglio. Nella mia esperienza professionale ci sono giovani che davanti alle tappe di un percorso di crescita cercano un consiglio, un’indicazione per proseguire il cammino nella direzione giusta. In queste situazione trovo utile prendere spunto dai testi e dai documenti che provengono dall’antichità, che contengono parole di saggezza e mi aiutano a rispondere a domande a cui è difficile dare risposte che siano credibili.

A questo proposito ho trovato interessante la proposta della casa editrice Ubiliber (libri e pubblicazioni sul buddismo), che ho conosciuto al Salone del libro di Torino quest’anno. Nel loro catalogo presentano ogni libro con una citazione evocativa. Questa mattina casualmente alla radio hanno parlato di un libro edito da loro nel programma “La felicità visibile in questa vita” e come a volte mi capita ho ripensato ad alcuni pazienti che sto seguendo in studio e a come prendere spunto da quello che ho ascoltato per i prossimi miei interventi.

Foto scattata al Salone del libro di Torino

Non sono buddista ma ho un interesse profondo per i testi antichi religiosi ed il libro di cui si parlava stamattina contiene i discorsi del Buddha, la più antica documentazione degli insegnamenti del Buddha a nostra disposizione. Il libro in questione si intitola “Nelle parole del Buddha” di Bodhi Bhikkhu, monaco buddista americano che ha dedicato molto del suo lavoro alla traduzione del Canone Pali, contenuto in questo libro.

Sulle tracce della guarigione

Gabor Maté, medico e scrittore ungherese naturalizzato canadese, individua e propone quattro “pilastri” della guarigione nel libro “Il mito della normalità. Trauma, malattia e guarigione in una cultura tossica” (2023, Ed. Astrolabio). Questi quattro concetti non sono passaggi obbligati ma principi di guarigione che si sono dimostrati utili per orientare molte persone, così come l’autore testimonia nel racconto della sua pratica professionale. Ciascun pilastro rappresenta una qualità sana che va “riammessa nella vita” accogliendo ciò che ha da insegnarci e che spesso è stata bloccata nel corso dell’esperienza per le più svariate ragioni.

George Tooker Painting

AUTENTICITà – Difficile da definire, il primo pilastro non è un concetto ma qualcosa che viviamo e sperimentiamo, e di cui godiamo quando è presente. L’autenticità non può essere perseguita ma solo incarnata; partendo dall’accettarsi senza riserve. La sua mancanza si esprime attraverso la tensione o l’ansia, l’irritabilità o il rimpianto, la depressione o la fatica. Lo slancio verso l’autenticità si rafforza quando impariamo ad ammettere con noi stessi: “Accidenti, questa verità fa male!” oppure “Ho paura di esprimere chi sono davvero in questa situazione”. Se ci abituiamo a notare tali aspetti, allora cominceranno ad apparirci delle opportunità di scelta prima di dover tradire i nostri veri ideali o bisogni.

George Tooker Painting

CAPACITà AGENTE – Il secondo pilastro è la capacità di assumersi liberamente la responsabilità della propria esistenza esercitando, nei limiti del possibile, la propria “abilità di risposta” in relazione a tutte le decisioni essenziali che influenzano la nostra vita. La sua assenza è fonte di stress ed incide fortemente sulla guarigione. Significa disporre di una qualche possibilità di scelta in relazione a chi siamo e come vogliamo essere nel mondo. Secondo l’autore non c’è una capacità di azione quando dobbiamo essere sempre all’altezza, o nel bisogno costante di compiacere o intrattenere gli altri e di doversi mostrare interessanti. Non c’è nemmeno quando reagiamo con un’opposizione automatica alle richieste degli altri. La capacità agente è la manifestazione del diritto di scegliere sulla base delle proprie sensazioni viscerali più autentiche, invece di adeguarsi alle aspettative del mondo o ad aspettative troppo alte che sono state interiorizzate.

George Tooker Painting

RABBIA – La rabbia “sana”, ovvero il terzo pilastro, non ha a che vedere con la collera cieca, il risentimento, il rancore, l’astio o il livore. Sia la rabbia soppressa, sia quella amplificata all’eccesso non sono salutari. Nella sua forma naturale e sana la rabbia è una difesa dei propri confini, una dinamica attivata quando percepiamo una minaccia alla nostra sopravvivenza o integrità fisica o emotiva. Non significa alimentare il risentimento o il rancore, piuttosto è vero il contrario. La rabbia sana è una risposta del momento, una reazione situazionale di durata limitata nel tempo. Attivata in caso di necessità svolge il suo compito sventando la minaccia e poi si placa. Nella sua forma pura la rabbia è priva di contenuto morale, non è giusta o sbagliata, ma implica un unico e “nobile” desiderio: mantenere l’integrità e l’equilibrio. è la nostra incapacità di dire no che alimenta il risentimento, infatti il messaggio che esprime una rabbia sana è un potente e conciso “no” pronunciato con l’assertività richiesta dalle circostanze. Per molte persone la questione non è se arrabbiarsi o meno, ma come relazionarsi in maniera costruttiva alle emozioni naturalmente associate agli alti e bassi della vita, rabbia inclusa.

George Tooker Painting

ACCETTAZIONE – Il quarto pilastro, l’accettazione, inizia permettendo alle cose di essere così come sono. Non ha niente a che vedere con la compiacenza o la rassegnazione anche se possono essere confuse tra loro. La vera accettazione è il riconoscimento, più o meno accurato, del fatto che in questo preciso momento le circostanze non possano essere diverse da come sono, evidando di rifiutarle ma anche di giustificarle. Quando riusciamo ad accettare le cose così come sono e come sono state spesso emerge un dolore sano, un’emozione spesso nascosta da un rancore cristallizzato. Quando impediamo all’energia della pena di attraversarci peggioriamo le cose, accumulando sofferenza. Accogliere è diverso da tollerare, nel senso che accettare non significa costringersi a sopportare, al contrario dà spazio agli altri tre pilastri della guarigione: permette l’espressione della rabbia se presente, potenzia la capacità agente e legittima l’esperienza più autentica, qualunque essa sia. Al contrario, tollerare l’intollerabile è svilente.

Segreti sepolti

Alcuni racconti delle generazioni precedenti alla nostra non li ascolteremo mai e non tutto è analizzabile nella stanza di terapia. Alcuni vissuti rimarranno misteriosi e in alcuni casi accettarlo può essere una strada che porta ad un maggior benessere. Di seguito riporto una testimonianza della scrittrice statunitense Joyce Carol Oates tratta dal romanzo di formazione “I Paesaggi Perduti” che arricchisce questo concetto e mostra come il non voler svelare a tutti costi il mistero sia anche una forma di rispetto verso persone con determinati vissuti. Joyce Carol Oates spiega come ci sia modo e modo di avvicinarsi ai “misteri emotivi” che riguardano una famiglia e quanto il lavoro di uno scrittore possa essere connesso con questi misteri. Da questo frammento emerge chiaramente, a mio parere, il valore di farsi accompagnare da una determinata letteratura nel percorso quotidiano di scoperta e di conoscenza di se stessi.

Fotografia di un disegno di Samuele Strusciolo

“Poichè questi segreti familiari rimanevano avvolti nel mistero, per il senso di umiliazione o vergogna delle persone interessate, io non ho mai saputo, nè ho avuto la possibilità di verificare, se quei due (bellissimi) giovani si confidassero fra loro, o si compatissero a vicenda; il riserbo caratterizzava entrambi i rami della famiglia, insieme a un’ostinata reticenza; non erano persone a cui venisse facile aprirsi, men che meno “raccontare tutto di sè”. Il bisogno di mettersi a nudo per cui è famosa la nostra epoca sarebbe risultato stupefacente a persone come loro, difficilmente credibile, e in nessun modo desiderabile. Tra i miei famigliari sembrava regnare la paura che una parola imprudente non potesse essere poi ritirata; parlare senza riflettere portava a dire cose avventate di cui ci si sarebbe pentiti. In molti dei miei romanzi c’è un simulacro del “confessionale”, ma interpretarlo in senso letterale sarebbe fuorviante. La via dello scrittore non è la trascrizione letterale, bensì la trascrizione delle emozioni.”

Art by Oda Sonderland

“è possibile che lo scrittore/artista sia stimolato dai misteri dell’infanzia, oppure che siano i misteri dell’infanzia a stimolare lo scrittore/artista. A volte, mentre scrivo, quando sono più assorta e catturata dalla scrittura, fino a diventare ansiosa, mi ritrovo a immaginare che quanto sto inventando sia in qualche modo “reale”; se riesco a risolvere il mistero del romanzo, avrò risolto un mistero della mia vita. Il fatto che il mistero non sia mai risolto fino in fondo sembrerebbe essere la ragione dei continui sforzi dello scrittore per riuscirci: ogni storia, ogni poesia, ogni romanzo è una reiterata richiesta di penetrare quel mistero, instancabilmente rinnovata. Lo scrittore è un decifratore di indizi, se per “indizi” si intende una narrazione sotterranea incerta e discontinua.”

Essere un Uomo

La famosa lettera che Rudyard Kipling scrisse a suo figlio fu il regalo che mi fece mio fratello quando compii 18 anni. Ovviamente in questo mondo di materialismo ci rimasi male, ma non glielo dissi. Oggi, che sono passati sedici anni, dopo una seduta con una paziente ventunenne in esplorazione e in balia del mondo, il mio pensiero ritorna qui.

Illustrazione scaricata da Pinterest

Se riesci a non perdere la testa quando tutti
Intorno a te la perdono e danno la colpa a te.
Se riesci ad avere fiducia in te stesso, quando tutti dubitano di te,
Ma anche a tenere nel giusto conto il loro dubitare.
Se riesci ad aspettare senza stancarti dell’attesa,
O essendo calunniato, a non rispondere con calunnie,
O essendo odiato, a non abbandonarti all’odio
Pur non mostrandoti troppo buono, né parlando troppo da saggio.

Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni,
Se riesci a pensare, senza fare dei pensieri il tuo fine;
Se riesci, incontrando il Trionfo e la Sconfitta
A trattare questi due impostori allo stesso modo.
Se riesci a sopportare il sentire le verità che hai detto
Travisate da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,
O vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E chinarti e ricostruirle con i tuoi strumenti logori.

Se riesci a fare un cumulo di tutte le tue vincite
E a rischiarlo tutto in un solo colpo a testa o croce,
E perdere, e ricominciare dall’inizio
Senza dire mai una parola su ciò che hai perso.
Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi tendini
A sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più
E di conseguenza resistere quando in te non c’è niente
Tranne la tua Volontà che dice loro: “Resistete!”

Se riesci a parlare con le folle mantenendo la tua virtù
O a passeggiare con i re senza perdere il senso comune,
Se né nemici, né affettuosi amici possono ferirti;
Se tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo,
Se riesci a riempire l’inesorabile minuto
Con un momento del valore di sessanta secondi,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E, quel che più conta, sarai un Uomo, figlio mio!

Pensieri che non vengono alla luce –

Quanti dei nostri pensieri non vedranno mai la luce? E quanti pensieri altrui? Eppure, ci sono. E influenzano la nostra vita, parecchio. Qualcuno lo chiama “il non detto”. Eccone un elegante esempio tratto dal libro “Le nozze di Omar” di Alessandro Spina che mostra come il mondo mentale di chi ci circonda può essere ben lontano da quello che immaginiamo… e potremmo non rendercene nemmeno conto. Da qui, inevitabilmente si giunge al fraintendimento. La variabile che fa la differenza? La capacità di ascolto dell’altro: ascolto attento, profondo, partecipato; ascolto di quello che comuncia al di là del contenuto verbale della comunicazione.

Conosceva quell’uomo l’inquietudine? In quale forma? Paura forse di dimenticare, respingere o modificare quello che aveva imparato? Rimetteva il compito di risolvere i problemi della colonia ai politici e ai militari; o addirittura ai carabinieri e alla polizia. Nelle menti degli adolescenti affidati alle sue cure versava i versi armoniosi del Parini e le rotonde odi del Carducci, raccontava con commozione il sacrificio degli eroi del Risorgimento per fare più grande la patria, seminava in quei cuori il culto della latinità, assai intransigente sulla purezza della lingua che difendeva da ogni contaminazione. Seguiva anche la letteratura moderna e si meravigliò dell’indifferenza del conte. Aveva opinioni assai audaci, esponeva con passione la problematica di Casa di bambola e di quel grandissimo nuovo commediografo italiano, Luigi Pirandello, del quale aveva visto a Roma l’ultima creazione: Ma non è una cosa seria. Dalle sue parole si deduceva che il problema essenziale della civiltà europea era l’adulterio: ne conosceva infernali e squisite varianti.

Il conte sorrise per sottrarsi al colloquio. Il preside interpretò come ammirazione il silenzio: la cena divenne lezione. Disse che intendeva dar vita a una piccola compagnia teatrale, la giornata in colonia scorreva uguale e lo spirito si intorpidiva. Aveva scelto un dramma di Andreieff: Anfissa. Illustrò poi al vicegovernatore il progetto di una biblioteca circolante e chiese il suo appoggio. Avrebbe volentieri fatto lui stesso la scelta dei libri e diretto l’amministrazione. “La biblioteca è strumento indispensabile”, disse. Informò anche il conte del progetto del municipio per i giardini pubblici.

Le ghirlande dei versi del Parini e del Carducci risvegliavano, in Rosina, pallidi ricordi scolastici. Nella biblioteca circolante, quel museo ordinato dal preside delle scuole medie, non avrebbe mai messo piede. Il progetto dei nuovi giardini pubblici la spaventò. La realtà, dalle mani di quell’artefice, usciva polverosa. Persino l’adulterio diventava una squallida vicenda giudiziaria – lettore e spettatore una sorta di giuria popolare, chiamata a esprimere condanna o assoluzione. Perché dovevano subire quella conversazione? Perché non cacciarlo via? Perché il conte era così paziente? Che cosa avevano a che fare con quell’uomo?

Felice della bellissima serata, all’una il professore si alzò, ringraziò gli ospiti e uscì. Il conte andava avanti e indietro per la sala. Partire dall’Italia è stato per me un destino.

Rosina poggiò le mani sul pianoforte, ne trasse un accordo – poi le mani corsero sulla tastiera, e la pioggia delle dita era fitta, temporalesca. Omar si alzò stupito dal letto, non aveva mai sentito suonare il pianoforte a quell’ora. Le finestre della sala erano splendenti di luce, rettangoli ritagliati nel buio uniforme della notte.

Frammento nr. 8 – la trasformazione della psiche in vita –

“Trasformazione della psiche in vita”: è un’espressione che può essere intesa in vari modi. Molto semplicemente, io la intendo come la liberazione dei fenomeni psichici dalla maledizione della mentalità analitica. E ciò significa rendersi conto delle sue predilezioni per la psicopatologia e del fatto che la psicologia è divenuta un imponente e tuttavia sottile sistema per deformare la psiche instillandole il convincimento che in essa vi è qualcosa di “sbagliato” e, di conseguenza, per analizzare la sua immaginazione attraverso categorie diagnostiche. Far entrare la psiche nella vita significa allontanarla non dalla sua malattia, ma dalla visione malata che ha di sè stessa, come bisognosa di cure, di conoscenze e di amore professionali. Con questo non voglio dire che la psiche non soffra o non si ammali.

[…] Se c’è una lezione che abbiamo imparato in settant’anni di analisi, è che nelle sofferenze della psicopatologia noi scopriamo un senso dell’anima. Quando sono prostrato dall’orrore delle depressioni, dei sintomi e dei desideri più violenti, io sono di fronte all’irrefutabile prova dell’indipendenza delle forze psichiche. Qualcosa vive in me che non è opera mia. Questo demone che parla nei sogni, nelle passioni, nei dolori, non molla la presa, ed io allora sono costretto a riconoscere il suo valore perchè approfondisce me stesso al di là della mia usuale nozione di me stesso come Io e perchè dà al mio spirito un senso dell’anima e della morte. Perciò, portare la malattia nella vita significa portare l’anima con sé ovunque si vada e reagire alla vita dal punto di vista di quest’anima.

Testo tratto dall’introduzione a “Il mito dell’analisi” di James Hillman, 1991, ed. Adelphi