Gabor Maté, medico e scrittore ungherese naturalizzato canadese, individua e propone quattro “pilastri” della guarigione nel libro “Il mito della normalità. Trauma, malattia e guarigione in una cultura tossica” (2023, Ed. Astrolabio). Questi quattro concetti non sono passaggi obbligati ma principi di guarigione che si sono dimostrati utili per orientare molte persone, così come l’autore testimonia nel racconto della sua pratica professionale. Ciascun pilastro rappresenta una qualità sana che va “riammessa nella vita” accogliendo ciò che ha da insegnarci e che spesso è stata bloccata nel corso dell’esperienza per le più svariate ragioni.

AUTENTICITà – Difficile da definire, il primo pilastro non è un concetto ma qualcosa che viviamo e sperimentiamo, e di cui godiamo quando è presente. L’autenticità non può essere perseguita ma solo incarnata; partendo dall’accettarsi senza riserve. La sua mancanza si esprime attraverso la tensione o l’ansia, l’irritabilità o il rimpianto, la depressione o la fatica. Lo slancio verso l’autenticità si rafforza quando impariamo ad ammettere con noi stessi: “Accidenti, questa verità fa male!” oppure “Ho paura di esprimere chi sono davvero in questa situazione”. Se ci abituiamo a notare tali aspetti, allora cominceranno ad apparirci delle opportunità di scelta prima di dover tradire i nostri veri ideali o bisogni.

CAPACITà AGENTE – Il secondo pilastro è la capacità di assumersi liberamente la responsabilità della propria esistenza esercitando, nei limiti del possibile, la propria “abilità di risposta” in relazione a tutte le decisioni essenziali che influenzano la nostra vita. La sua assenza è fonte di stress ed incide fortemente sulla guarigione. Significa disporre di una qualche possibilità di scelta in relazione a chi siamo e come vogliamo essere nel mondo. Secondo l’autore non c’è una capacità di azione quando dobbiamo essere sempre all’altezza, o nel bisogno costante di compiacere o intrattenere gli altri e di doversi mostrare interessanti. Non c’è nemmeno quando reagiamo con un’opposizione automatica alle richieste degli altri. La capacità agente è la manifestazione del diritto di scegliere sulla base delle proprie sensazioni viscerali più autentiche, invece di adeguarsi alle aspettative del mondo o ad aspettative troppo alte che sono state interiorizzate.

RABBIA – La rabbia “sana”, ovvero il terzo pilastro, non ha a che vedere con la collera cieca, il risentimento, il rancore, l’astio o il livore. Sia la rabbia soppressa, sia quella amplificata all’eccesso non sono salutari. Nella sua forma naturale e sana la rabbia è una difesa dei propri confini, una dinamica attivata quando percepiamo una minaccia alla nostra sopravvivenza o integrità fisica o emotiva. Non significa alimentare il risentimento o il rancore, piuttosto è vero il contrario. La rabbia sana è una risposta del momento, una reazione situazionale di durata limitata nel tempo. Attivata in caso di necessità svolge il suo compito sventando la minaccia e poi si placa. Nella sua forma pura la rabbia è priva di contenuto morale, non è giusta o sbagliata, ma implica un unico e “nobile” desiderio: mantenere l’integrità e l’equilibrio. è la nostra incapacità di dire no che alimenta il risentimento, infatti il messaggio che esprime una rabbia sana è un potente e conciso “no” pronunciato con l’assertività richiesta dalle circostanze. Per molte persone la questione non è se arrabbiarsi o meno, ma come relazionarsi in maniera costruttiva alle emozioni naturalmente associate agli alti e bassi della vita, rabbia inclusa.

ACCETTAZIONE – Il quarto pilastro, l’accettazione, inizia permettendo alle cose di essere così come sono. Non ha niente a che vedere con la compiacenza o la rassegnazione anche se possono essere confuse tra loro. La vera accettazione è il riconoscimento, più o meno accurato, del fatto che in questo preciso momento le circostanze non possano essere diverse da come sono, evidando di rifiutarle ma anche di giustificarle. Quando riusciamo ad accettare le cose così come sono e come sono state spesso emerge un dolore sano, un’emozione spesso nascosta da un rancore cristallizzato. Quando impediamo all’energia della pena di attraversarci peggioriamo le cose, accumulando sofferenza. Accogliere è diverso da tollerare, nel senso che accettare non significa costringersi a sopportare, al contrario dà spazio agli altri tre pilastri della guarigione: permette l’espressione della rabbia se presente, potenzia la capacità agente e legittima l’esperienza più autentica, qualunque essa sia. Al contrario, tollerare l’intollerabile è svilente.


