Sulle tracce della guarigione

Gabor Maté, medico e scrittore ungherese naturalizzato canadese, individua e propone quattro “pilastri” della guarigione nel libro “Il mito della normalità. Trauma, malattia e guarigione in una cultura tossica” (2023, Ed. Astrolabio). Questi quattro concetti non sono passaggi obbligati ma principi di guarigione che si sono dimostrati utili per orientare molte persone, così come l’autore testimonia nel racconto della sua pratica professionale. Ciascun pilastro rappresenta una qualità sana che va “riammessa nella vita” accogliendo ciò che ha da insegnarci e che spesso è stata bloccata nel corso dell’esperienza per le più svariate ragioni.

George Tooker Painting

AUTENTICITà – Difficile da definire, il primo pilastro non è un concetto ma qualcosa che viviamo e sperimentiamo, e di cui godiamo quando è presente. L’autenticità non può essere perseguita ma solo incarnata; partendo dall’accettarsi senza riserve. La sua mancanza si esprime attraverso la tensione o l’ansia, l’irritabilità o il rimpianto, la depressione o la fatica. Lo slancio verso l’autenticità si rafforza quando impariamo ad ammettere con noi stessi: “Accidenti, questa verità fa male!” oppure “Ho paura di esprimere chi sono davvero in questa situazione”. Se ci abituiamo a notare tali aspetti, allora cominceranno ad apparirci delle opportunità di scelta prima di dover tradire i nostri veri ideali o bisogni.

George Tooker Painting

CAPACITà AGENTE – Il secondo pilastro è la capacità di assumersi liberamente la responsabilità della propria esistenza esercitando, nei limiti del possibile, la propria “abilità di risposta” in relazione a tutte le decisioni essenziali che influenzano la nostra vita. La sua assenza è fonte di stress ed incide fortemente sulla guarigione. Significa disporre di una qualche possibilità di scelta in relazione a chi siamo e come vogliamo essere nel mondo. Secondo l’autore non c’è una capacità di azione quando dobbiamo essere sempre all’altezza, o nel bisogno costante di compiacere o intrattenere gli altri e di doversi mostrare interessanti. Non c’è nemmeno quando reagiamo con un’opposizione automatica alle richieste degli altri. La capacità agente è la manifestazione del diritto di scegliere sulla base delle proprie sensazioni viscerali più autentiche, invece di adeguarsi alle aspettative del mondo o ad aspettative troppo alte che sono state interiorizzate.

George Tooker Painting

RABBIA – La rabbia “sana”, ovvero il terzo pilastro, non ha a che vedere con la collera cieca, il risentimento, il rancore, l’astio o il livore. Sia la rabbia soppressa, sia quella amplificata all’eccesso non sono salutari. Nella sua forma naturale e sana la rabbia è una difesa dei propri confini, una dinamica attivata quando percepiamo una minaccia alla nostra sopravvivenza o integrità fisica o emotiva. Non significa alimentare il risentimento o il rancore, piuttosto è vero il contrario. La rabbia sana è una risposta del momento, una reazione situazionale di durata limitata nel tempo. Attivata in caso di necessità svolge il suo compito sventando la minaccia e poi si placa. Nella sua forma pura la rabbia è priva di contenuto morale, non è giusta o sbagliata, ma implica un unico e “nobile” desiderio: mantenere l’integrità e l’equilibrio. è la nostra incapacità di dire no che alimenta il risentimento, infatti il messaggio che esprime una rabbia sana è un potente e conciso “no” pronunciato con l’assertività richiesta dalle circostanze. Per molte persone la questione non è se arrabbiarsi o meno, ma come relazionarsi in maniera costruttiva alle emozioni naturalmente associate agli alti e bassi della vita, rabbia inclusa.

George Tooker Painting

ACCETTAZIONE – Il quarto pilastro, l’accettazione, inizia permettendo alle cose di essere così come sono. Non ha niente a che vedere con la compiacenza o la rassegnazione anche se possono essere confuse tra loro. La vera accettazione è il riconoscimento, più o meno accurato, del fatto che in questo preciso momento le circostanze non possano essere diverse da come sono, evidando di rifiutarle ma anche di giustificarle. Quando riusciamo ad accettare le cose così come sono e come sono state spesso emerge un dolore sano, un’emozione spesso nascosta da un rancore cristallizzato. Quando impediamo all’energia della pena di attraversarci peggioriamo le cose, accumulando sofferenza. Accogliere è diverso da tollerare, nel senso che accettare non significa costringersi a sopportare, al contrario dà spazio agli altri tre pilastri della guarigione: permette l’espressione della rabbia se presente, potenzia la capacità agente e legittima l’esperienza più autentica, qualunque essa sia. Al contrario, tollerare l’intollerabile è svilente.

Frammento nr. 8 – la trasformazione della psiche in vita –

“Trasformazione della psiche in vita”: è un’espressione che può essere intesa in vari modi. Molto semplicemente, io la intendo come la liberazione dei fenomeni psichici dalla maledizione della mentalità analitica. E ciò significa rendersi conto delle sue predilezioni per la psicopatologia e del fatto che la psicologia è divenuta un imponente e tuttavia sottile sistema per deformare la psiche instillandole il convincimento che in essa vi è qualcosa di “sbagliato” e, di conseguenza, per analizzare la sua immaginazione attraverso categorie diagnostiche. Far entrare la psiche nella vita significa allontanarla non dalla sua malattia, ma dalla visione malata che ha di sè stessa, come bisognosa di cure, di conoscenze e di amore professionali. Con questo non voglio dire che la psiche non soffra o non si ammali.

[…] Se c’è una lezione che abbiamo imparato in settant’anni di analisi, è che nelle sofferenze della psicopatologia noi scopriamo un senso dell’anima. Quando sono prostrato dall’orrore delle depressioni, dei sintomi e dei desideri più violenti, io sono di fronte all’irrefutabile prova dell’indipendenza delle forze psichiche. Qualcosa vive in me che non è opera mia. Questo demone che parla nei sogni, nelle passioni, nei dolori, non molla la presa, ed io allora sono costretto a riconoscere il suo valore perchè approfondisce me stesso al di là della mia usuale nozione di me stesso come Io e perchè dà al mio spirito un senso dell’anima e della morte. Perciò, portare la malattia nella vita significa portare l’anima con sé ovunque si vada e reagire alla vita dal punto di vista di quest’anima.

Testo tratto dall’introduzione a “Il mito dell’analisi” di James Hillman, 1991, ed. Adelphi

Le mani forti di Ludwig R.

«Non credo di essere malato. Questo anzi lo escludo, mi creda. Semplicemente: io sono uno a cui la vita si sbriciola in mano. Ho sempre avuto le mani troppo forti, tutte le cose mi si rompono in mano, mio padre mi diceva sempre: “Tu stringi troppo”, e non c’è cosa che io non abbia distrutto.»

Disegno del fiore di Maquilishuat o Tabebuia Rosea

«Fra i miei pazienti, se le può servire, c’è chi dice come lei di aver stretto la vita troppo forte, c’è chi dice di averla solo accarezzata, c’è chi dice di non averla mai nemmeno sfiorata. E infine c’è anche chi proprio non sa cosa siano le mani. Questi ultimi sono quelli che stanno meglio, tanto che in genere neanche li trattengo.»

Roseto del Palazzo di Topkapi a Istanbul

«Torno a dirle: mi ha parlato della vita come di un oggetto nelle sue mani. Ebbene, non parliamo di una cosa, non la puoi nè stringere nè sfiorare, per il semplice fatto che non è materia. Il fatto che lei pensi di poterlo fare indica che ha di sè un’idea distorta: nessuno usa la propria vita: ognuno semmai è la propria vita. E deve prenderne atto. Guardi il mio caso: oggi lei è entrato qui, io le sto parlando. Per quanto io mi sforzi di controllare le cose, non posso cambiare il fatto che lei sia qui, e che sia com’è. In altri termini: non posso scegliere le cose che accadono, posso solo cambiare il mio sguardo su di esse. Chi pretende di forzare le cose in realtà non ha alcuna forza: fugge e basta, fugge di continuo, finge di non vedere, chiude gli occhi, corre bendato, e guai a dirgli che la benda si può sfilare.»

Tratto da: L’interpretatore dei sogni di Stefano Massini