Mi sono imbattuta in due articoli in questi giorni che parlano delle dipendenze (da sostanze, dal alcol o da gioco d’azzardo), un problema sempre più diffuso nella società di oggi, anche tra i giovani e giovanissimi.

Mi hanno interessato alcune considerazioni degli “addetti ai lavori” che riporto di seguito. Dalle parole di Simone Feder, psicologo della Comunità Casa del giovane di Pavia:
“Il problema è il disagio. Abbiamo bisogno di tutti per fare rete: del panettiere con cui un ragazzo si può confidare, del medico di base, del pediatra. Le persone oggi sono smarrite, senza punti di riferimento, non trovano le risposte: non basta fare le cose, è il momento di fare le cose bene. Dobbiamo parlare dell’importanza delle comunità, che prima di essere comunità terapeutiche danno risposte di vita. Questo serve oggi. La professione non ci manca, ci manca l’umanità. Dobbiamo aiutare i professionisti, dobbiamo arricchirci noi, prima di guardare al di fuori. Se l’altro non ti sente, se non agganci la frequenza del cuore dell’altro non ti segue.”
Prosegue: “I minatori portavano nelle miniere un canarino perché cinguettava e, quando non lo sentivano più, voleva dire che c’era troppo ossido di carbonio e moriva, capivano che dovevano uscire. Era un’allerta. Mi fa venire in mente i nostri adolescenti: sono quei canarini che non cinguettano più, ma siamo sordi e non ce ne accorgiamo. Il problema non sono gli adolescenti, è la società che è malata, ma noi continuiamo a puntare il dito sugli adolescenti.”

Josè Berdini, presidente del Comitato italiano dipendenze, afferma:
“La radice di tutte le dipendenze è la stessa, e interessa l’assenza delle relazioni umane, più che dal punto di vista fisico, da quello del “significato” della vita, ovvero del proprio Destino, un vuoto che viene riempito con l’uso di sostanze, con farmaci, o l’azzardo. Si parla di “malattie croniche recidivanti” ma sono il frutto di una decadenza culturale da cui bisogna risollevarsi impegnandosi tutti insieme. Il “dipendente” rimuove sistematicamente tempo e spazio della propria vita, e tutto viene assorbito, riempito da questo “qualcos’altro” che uccide».
Fonti: