Frammento n.7

In questo frammento di seguito riportato dal libro autobiografico “Per Elisa” Magda Szabò racconta con la sua magnifica prosa quale sia il senso della sofferenza e del dolore nell’esperienza della vita umana: un dono (di Dio) per prepararsi alla propria morte. L’autrice inserisce questa interpretazione del dolore in una cornice religiosa: senza dubbio la fede è portatrice di un senso forte nella vita delle persone. Nonostante ciò ritengo questa lettura del dolore credibile anche per coloro che si definiscono atei; stimoli utili nella ricerca di una risposta ai grandi interrogativi, quali quello del senso del dolore e della sofferenza, si ritorvano ovunque ci sia stato uno sforzo di riflessione, ben oltre le barriere culturali, linguistiche ed anche religiose.

– Questa è solo una pre-morte – la sentii dire, […] – Per fortuna ci sono molte pre-morti prima di accingersi a quella vera: una persona nel corso della vita sente più volte di non avere una strada, un futuro, ormai neanche le forze, che è finito tutto, è la fine; è stato davvero bello da parte del buon Dio inventarsi questa assuefazione sistematica al gran finale. Il passo definitivo, conclusivo alla fine avverrà in maniera sorprendentemente facile: morirai sorridendo, scambierai una stretta di mano col trapasso, e con un ultimo gesto chiuderai il libro. A quel punto sarai già sopravvissuta a talmente tante catastrofi, avrai perso talmente tanto sangue, avrai così tanto temuto, pianto, fatto inutili tentativi, che alla povera morte rimarrà a malapena qualcosa di cui ti possa derubare: si potrà pigliare solo la tua pelle, la carta da pacchi nella quale Dio ti ha avvolto alla nascita, e le tue ossa, lo spago. Dove sarà a quel punto in te la vera sofferenza, alla quale la vita di avrà resa avvezza, dove la smarrita disperazione, dove sarai tu, con l’intero tuo io?

Corpo e anima, se vengono oberati troppo, si consumano, le tue pre-morti tanto spesso sopportate sono messaggi celesti, nella grande arena nella quale ti sei mossa fino all’ultimo istante quasi ogni tua cosa è diventata decrepita, ha perso la sua importanza. Non ritenere una sciagura il misericordioso regalo di Dio, ma una elargizione, quando al momento dell’ultima morte, che ormai non sarà “pre-” ma definitiva, potrai una buona volta tirare il fiato, proverai solo la sensazione che sia arrivato il benedetto riposo. Non avrai più progetti, quindi non potrai soffrire delusioni, sarai invulnerabile nel nulla finalmente conseguito. Sii coraggiosa, ogni pre-morte non farà che rafforzarti per l’attimo in cui stramazzerai a terra. Capisci ciò che stai sentendo, Magdolna? –

Che lo capissi lo seppi dal fatto che riconobbi che quanto stavo vivendo in quel momento era ciò di cui mi aveva avvertito mia madre, la prima pre-morte. Morii per la prima volta in sesta ginnasio, e mia madre non si era sbagliata nemmeno nei dettagli; non fu un’esperienza facile. In quell’anno persi tutte le mie illusioni, la mia fiducia riposta negli esseri umani, divenni dubbiosa anche della sollecitudine e dell’onnipotenza di Dio, tanto era profondo il baratro nel quale ero precipitata.

Foto scattata al cimitero di Staglieno, Genova.

Le mani forti di Ludwig R.

«Non credo di essere malato. Questo anzi lo escludo, mi creda. Semplicemente: io sono uno a cui la vita si sbriciola in mano. Ho sempre avuto le mani troppo forti, tutte le cose mi si rompono in mano, mio padre mi diceva sempre: “Tu stringi troppo”, e non c’è cosa che io non abbia distrutto.»

Disegno del fiore di Maquilishuat o Tabebuia Rosea

«Fra i miei pazienti, se le può servire, c’è chi dice come lei di aver stretto la vita troppo forte, c’è chi dice di averla solo accarezzata, c’è chi dice di non averla mai nemmeno sfiorata. E infine c’è anche chi proprio non sa cosa siano le mani. Questi ultimi sono quelli che stanno meglio, tanto che in genere neanche li trattengo.»

Roseto del Palazzo di Topkapi a Istanbul

«Torno a dirle: mi ha parlato della vita come di un oggetto nelle sue mani. Ebbene, non parliamo di una cosa, non la puoi nè stringere nè sfiorare, per il semplice fatto che non è materia. Il fatto che lei pensi di poterlo fare indica che ha di sè un’idea distorta: nessuno usa la propria vita: ognuno semmai è la propria vita. E deve prenderne atto. Guardi il mio caso: oggi lei è entrato qui, io le sto parlando. Per quanto io mi sforzi di controllare le cose, non posso cambiare il fatto che lei sia qui, e che sia com’è. In altri termini: non posso scegliere le cose che accadono, posso solo cambiare il mio sguardo su di esse. Chi pretende di forzare le cose in realtà non ha alcuna forza: fugge e basta, fugge di continuo, finge di non vedere, chiude gli occhi, corre bendato, e guai a dirgli che la benda si può sfilare.»

Tratto da: L’interpretatore dei sogni di Stefano Massini